«A sinistra ma non per un piatto di lenticchie»

Discussioni a oltranza nella notte. Se non si troverà un’intesa, possibile una nuova scissione tra chi resterà nella Cdl e chi ha scelto di passare con Prodi

Gianni Pennacchi

da Roma

A notte fonda stavano ancora trattando, ed è probabile che la ricerca di una tregua, se non proprio di un’intesa, si trascini alla tarda mattinata. L’ultima bozza di mediazione alla quale si sta lavorando prevede che Bobo Craxi ceda il passo nella guida del nuovo Psi e Gianni De Michelis resti segretario del partito. Negli organi dirigenti, le due anime si riconoscono la rispettiva rappresentanza e peso del 40% per Craxi e del 60% per il segretario. Quest’ultimo però, fa sua la linea craxiana, quella del «subito fuori dalla Cdl» almeno come dichiarazione di principio. L’uscita dal governo viene accantonata: ogni decisione è lasciata alla «sensibilità» individuale, e le dimissioni giungeranno «alla fine del percorso di esplorazione e formazione» della lista unitaria con Enrico Boselli, Marco Pannella e Rino Formica, cioè a ridosso delle elezioni.
Logica vorrebbe che una mediazione infine si trovi. L’alternativa è il parapiglia, il venir seriamente alle mani, elezioni contestate, due segretari contrapposti, la scissione, De Michelis che proclama come il congresso non si sia mai aperto e dunque tutti a casa e che il ciel ci aiuti, sul da farsi decideremo a febbraio. In verità quelli del segretario uscente - che ha il controllo proprietario del nome e del simbolo del partito, della pur esigua cassa e della sede nazionale - si stan preparando a quest’ultima evenienza, perché come dice De Michelis sono gli altri «che devono schiodare». Tant’è che dopo l’«occupazione» notturna dei calabresi, ieri mattina è tornata a riunirsi la Commissione di garanzia, titolata a riconoscere la legittimità dei delegati (ce ne sono 500 di troppo), senza però giungere ad una soluzione. Lo scoglio reale, era che quelli di Craxi insistevano, come del resto aveva appena detto Bobo alla tribuna, per avere «subito l’unità socialista e subito l’uscita dal governo».
Nel pomeriggio non s’era mosso un chiodo, così alla tribuna è salito Franco Simone (che con Franco Crinò guida i cinque craxiani nella Commissione di garanzia) annunciando unilateralmente che s’era insediata la Commissione verifica poteri, dove alla mozione Craxi erano stati riconosciuti 580 delegati pari al 59,48%, a quella di De Michelis il 26,66% con 260 delegati, e ad altre mozioni regionali il 13,86%. Seppur di scarso peso giuridico, perché fonte di ogni decisione congressuale è la Commissione di garanzia, tale annuncio ha provocato nuovi tumulti e assalti al palco della presidenza. Mentre Lucio Barani (che con Antonino Di Trapani guida la cinquina dei garanti di De Michelis) sorrideva: «Possono anche dire che Cristo è morto nel sonno, ma non si sposta una virgola: il congresso non c’è». Poi c’è stata l’«apertura» di De Michelis, che in una breve conferenza stampa ha ribadito: «Alle prossime elezioni politiche noi non saremo più nel centrodestra». Sempre se, ovviamente, «questo processo, l’unità socialista e l’alleanza coi radicali, va avanti». Apertura che a Bobo però, è parsa ancora insufficiente. E il segretario uscente dunque, ha rilanciato ricordando che «questo congresso non è ancora cominciato», trattasi per il momento di «un’assemblea sessantottina».
Ad illuminare la realtà provvede con franchezza Barani: «Ma perché dobbiamo andare adesso? Boselli e Pannella, senza di noi non vanno da nessuna parte, non fanno niente. Bisogna che ci corteggino, che ci corrano dietro». E ancora: «Se Berlusconi fosse furbo, al Senato farebbe togliere dalla legge elettorale proporzionale lo sbarramento del 2%. E potrebbe averci».
Quel che emerge, è che Bobo s’accontenterebbe «di un piatto di lenticchie, per giunta quando ancora non è così sicuro che vinca il centrosinistra». Tirare in lungo la trattativa, facendola guidare dal più navigato De Michelis, sarebbe più vantaggioso per il piccolo Garofano, che quanto a iscritti e voti (vedi le ultime regionali) è tre volte lo Sdi. «Guardiamo le cose come stanno», confidano, «i sondaggi danno la lista con lo Sdi e il Pr al 3,5%, ma parti pure dal 4% e vedrai da solo qual è il problema». Il 4% dei voti vuol dire 25 deputati, e allora? «Ne vuoi dare almeno 6 ai radicali? E uno a Formica? Guarda quanti ne restano». Già, ne restano 18, a mala pena per confermare gli attuali 3 del nuovo Psi e i 10 dello Sdi, per lo più «regalati» dai Ds coi collegi uninominali. «Con Bobo hanno fatto i signori, ce ne hanno offerti 5, 6 al più. Ma se permetti, il rapporto è di tre a uno per noi». Certo, lo Sdi potrebbe rientrare nel listone dell’Ulivo e venir premiato da Prodi, ma Fassino non vuole perché vorrebbe dire rimandare nelle braccia di Berlusconi tanto Pannella quanto De Michelis, e ciò significa perdere come minimo un 2%, fondamentale nel sistema proporzionale. «Hai capito perché c’è ancora da esplorare, e deve farlo Gianni?».