La sinistra nostalgica ora celebra il Che anche dalle pagine di Repubblica

Lo spietato guerrigliero sudamericano osannato come un eroe in un necrologio sul giornale di De Benedetti

Con l’atto capitalista per eccellenza, e cioè pagando, qualcuno ieri ha voluto ricordare Ernesto Che Guevara. Nel quarantunesimo anniversario di morte del guerrigliero pluriomicida di fronte a cui chinò il capo, con tutto quello che c’era dentro, mezza intellighenzia del Novecento, un anonimo «EC» ha voluto dedicargli un necrologio. E lo ha fatto sulle pagine di Repubblica, l’house organ del miliardario Carlo De Benedetti.

Schizofrenie della storia a parte, il testo pubblicato è di quelli meditabondi e universali. «Quel giorno», cioè quando Guevara fu ucciso, «anche gli uccelli si fermarono in volo e versarono lacrime di pietra». E si fece buio su tutta la terra, vien da ripetere sull’onda. E infatti, prosegue l’ «EC» che pare conservare anche nel nome un’empatia col guerrigliero, si celebra il dovuto omaggio «all’Uomo straordinario che ha speso la sua esistenza nella lotta per le cause più nobili». Come il saccheggio, l’internamento del nemico politico, l’omicidio di massa. In ogni caso, assicura EC, «ancora oggi, ovunque, enormi moltitudini vivono nel suo incancellabile ricordo».

Soprattutto nelle carceri cubane, tra quei cristiani, omosessuali, persone che inseguono la semplice soddisfazione esistenziale, insomma in tutta quell’umanità variegata il cui minimo comune denominatore è la contraddizione, con la propria stessa vita, della regola prima della Costituzione cubana: «Nessuna libertà può essere esercitata in contrapposizione agli obiettivi dello Stato socialista».
Eppure, questo necrologio all’assassino custodisce una sua logica involontaria. È un culto necrofilo, in fondo, l'idolatria che ha fatto del Che un’icona pop con cui nutrire la gadgettistica, come fosse Elvis o Marilyn Monroe. Che risponde all’atmosfera necrofila che inghiottì la sua esistenza. Flirtare con la morte, evocarla e mostrare la propria indifferenza. Questo era il vero comandamento del rivoluzionario secondo Guevara. «Dobbiamo ripetere qui una verità che abbiamo sempre detto davanti a tutto il mondo: fucilazioni; sì, abbiamo fucilato; fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario».

Lo disse alla nona sessione dell’assemblea generale dell’Onu, l’11 dicembre 1964, il pluriomicida alla cui scomparsa gli uccelli versarono lacrime di pietra, secondo il necrologio di Repubblica. Migliaia di fucilati, parecchi per ordine diretto del Che, durante i primi anni del regime castrista, e indubbiamente per loro nessun volatile si fermò in cielo a piangere. Non erano guerriglieri chiccosi, davanti a loro non si prostravano filosofi europei in cerca del brivido, nessuno tiene in casa una spilla con il loro volto. Erano cadaveri necessari «nella lotta per le cause più nobili», e nessuno di loro avrà mai un necrologio su Repubblica. GioSal