Sinistra, il "nuovo" leader è Scalfaro

Il senatore a vita unico oratore oggi a Roma per difendere il Colle e
la Carta &quot;dagli attacchi di Berlusconi&quot;. La kermesse rimandata dopo la morte di Eluana si farà per le pressioni dell’ala radicale. <strong><a href="/a.pic1?ID=328028">Di Pietro in piazza tutti i giorni: è la sindrome dell'ambulante</a></strong>

Roma - La gestazione è stata laboriosa: prima negata, poi indetta, poi sospesa «per lutto» quando Eluana Englaro è spirata e l’esplosivo voto al Senato è stato annullato, poi riconvocata. Il tutto nel giro di quattro convulsi giorni.

Oggi alle 18, infine, il Pd scende in piazza (prudentemente una piazza piccola, un po’ appartata e facile da riempire), per «la difesa della Costituzione» e contro «gli attacchi del governo al presidente della Repubblica». La manifestazione di Piazza Santi Apostoli vedrà, come previsto fin dall’inizio, un solo oratore: Oscar Luigi Scalfaro. All’ex presidente della Repubblica Walter Veltroni ha pensato perché, solo il giorno prima che nascesse l’idea della piazza, Scalfaro aveva parlato, in un’intervista con Repubblica, difendendo l’operato «ineccepibile» del suo successore al Quirinale. Il quale non si è espresso in alcun modo sulla faccenda, ovviamente. Ma c’è chi fa notare che potrebbe non essere proprio entusiasta di essere difeso in piazza, da un solo partito e con quel parterre: «Si rischia la scalfarizzazione di Napolitano», come dice l’Udc Roberto Rao.

Scalfaro? L’uomo giusto al posto giusto, ha pensato Veltroni: anziano padre della Patria, con il carisma istituzionale del «presidente emerito», ma un passato da icona del centrosinistra contro l’odiato Berlusconi, e - ciliegina sulla torta - cattolico doc. Che nel frangente non guastava, anzi, veniva proprio a fagiolo. Insomma, il leader ideale per mettere tutti d’accordo nel momento di massima lacerazione possibile, quando il Pd stava per implodere nel voto sulla legge ad hoc sul caso di Eluana Englaro. La manifestazione «in difesa della Costituzione» era sufficientemente generica da ricompattare miracolosamente tutto lo stato maggiore. Chi poteva dire di no? Neppure i soliti bastian contrari, da Chiamparino a Cacciari, neppure i futuri candidati alternativi a Veltroni, Bersani o Rutelli o Letta.
Già, perché l’idea della manifestazione è nata per una ragione non esattamente lineare, ma semplice da capire: per parlare d’altro. Venerdì era partita l’offensiva politica e mediatica del governo: il Consiglio dei ministri, il decreto per imporre il ripristino delle terapie a Eluana, la lettera di Napolitano, la conferenza stampa e i toni durissimi di Berlusconi. La reazione del Pd era stata sdegnata, ma ben presto i suoi dirigenti si sono accorti che il Cavaliere aveva colto l’occasione per sparare un bel siluro che rischiava di esplodere in casa loro: il decreto, trasformato in legge e spedito subito alle Camere, avrebbe inevitabilmente diviso i suoi parlamentari, con conseguenze pesanti sulla convivenza tra post Ds e post Margherita. «Con questa mossa scellerata Berlusconi si riannette il mondo cattolico», lamentava in quelle ore il cattolico veltroniano Giorgio Tonini. «Nel suo cinismo, è stato molto abile», diceva Rosi Bindi.
Il problema, però, è che già venerdì sera, all’annuncio della legge, il popolo laico e di sinistra avevano iniziato a mobilitarsi, da solo. Il presidio convocato dai radicali sotto Palazzo Chigi era diventato in poche ore un assembramento, e spuntavano bandiere del Pd e facce di militanti e dirigenti. Sabato in giro per l’Italia le manifestazioni si sono moltiplicate, su Facebook e nei blog gli esponenti del Pd ricevevano valanghe di messaggi e pressioni per dare battaglia sul caso Eluana, contro l’ingerenza cattolica e la leggina voluta da Berlusconi. Emma Bonino da un lato, Fabio Mussi dall’altro, provocavano Veltroni, sollecitandolo ad indire una «grande manifestazione laica». Al Nazareno, in via ufficiosa, l’invito veniva respinto: «Macché manifestazione laica, non convochiamo nessuna piazza».

Sabato sera, il colpo di scena: la piazza ci sarà. Ma non sul caso Englaro, sul testamento biologico, sul diritto a morire in pace, su quello insomma di cui si discuteva in ogni famiglia: no, sulla generica difesa della Costituzione. E con unica star Scalfaro, il presidente del ’94 e del «Gifuni passami il calendario», quando Berlusconi disse sì al governo Dini in cambio di una data certa per le elezioni. Quello che nel 2004 si faceva osannare dalla platea girotondina del Teatro Vittoria e baciare sul palco da Stefania Ariosto (meglio nota come la teste Omega contro Previti), Marco Travaglio e Tonino Di Pietro.