La sinistra obbliga De Benedetti a stracciare il patto col Cavaliere

L’Ingegnere cede alle pressioni dell’opposizione: «Lo ringrazio per la disponibilità ma rinuncio al suo investimento nel fondo Cdb Web Tech»

Laura Cesaretti

da Roma

«Caro Eugenio, caro Ezio, cari lettori, giornalisti e collaboratori...». Usa toni accorati, l’Ingegnere, per annunciare la dolorosa rinuncia al (lauto) coinvolgimento di Silvio Berlusconi nel suo fondo Cdb Web Tech. Carlo De Benedetti lo fa per amor di Repubblica (la sua). E su Repubblica lo annuncia, rasserenando finalmente gli animi di tutti i republicones (dal Fondatore al direttore giù giù fino a Curzio Maltese) gettati nel più cupo sconforto dal clamoroso annuncio della nuova alleanza tra il loro editore e il Cavaliere Nero.
Venerdì era trapelata notizia di una lettera di De Benedetti a Repubblica. Ieri l’informatissima Unità anticipava che sarebbe stata una lettera d’addio al neo-amico premier, avvertito della triste ma obbligata scelta tramite apposita telefonata dell’Ingegnere a Gianni Letta. E la lettera campeggiava sulla prima di Repubblica, di spalla. Già il titolo diceva tutto ai lettori più pigri: «Perché dico no a Berlusconi nel fondo», una settimana dopo avergli detto sì. Perché? «Avendo constatato i malintesi e, soprattutto, le speculazioni che si sono fatte, ribadisco il mio assoluto impegno a considerare come prioritario il mio ruolo di editore del Gruppo Espresso-Repubblica. Per questo e solo per questo ho fatto sapere a Berlusconi, sia pure ringraziandolo per la disponibilità, che rinuncio al suo investimento». Investimento, e non patto, tiene a precisare: «Per errore o in malafede si è presentata come “alleanza” un’eventuale partecipazione di Berlusconi ad una iniziativa da me pensata e che sarà da me presieduta con la partecipazione di altri importanti imprenditori. C'è perfino chi ha voluto trattare questo argomento sotto il capitolo della questione morale. Non ci sono stati, né potevano esserci, né accordi né patti». C’è stato invece, denuncia, «il tentativo di attaccare, attraverso la mia persona, il Gruppo Espresso-Repubblica. Questo non lo voglio e non lo posso accettare perché credo profondamente in quella comunità di ideali che è il mondo di Repubblica, dal quale nessuno, neppure il più vantaggioso investimento, potrà allontanarmi». La comunità è finalmente rassicurata.
Ma prima di questa dichiarazione di rinnovato amore, si era penato assai da quelle parti. L’annuncio dell’accordo era stato dato dallo stesso Ingegnere venerdì 29 luglio. Era seguita l’impennata del titolo del fondo, sospeso per eccesso di rialzo in Borsa. Ma era seguito anche lo choc degli amici di Cdb, gli intellettuali della società civile e dei girotondi, le firme di Repubblica, gli animatori di Libertà&Giustizia, fondata dall’Ingegnere per combattere l’amorale governo di Silvio Berlusconi e che ora se lo ritrovava come socio d’affari.
Allenati a resistere (resistere, resistere), gli amici avevano in quattro e quattr’otto organizzato la Resistenza contro il patto di casa Letta. Il Professor Sartori si era dimesso da «garante» di L&G: «De Benedetti è stato il simbolo del capitalismo di sinistra, non può mettersi in società col nemico», il cui denaro oltretutto «stra-puzza». Paolo Sylos Labini aveva definito «immorale» l’accordo. Enzo Biagi era terribilmente afflitto, e supplicava l’Ingegnere di «ripensarci e chiedere scusa».
Il direttore dell’Unità Padellaro insinuava: «Forse De Benedetti sottovaluta Berlusconi». E al povero Ezio Mauro era toccato firmare un lungo editoriale per rassicurare gli smarriti lettori che «non cambieremo linea», e che Repubblica non si sarebbe rassegnata a cantare le lodi del nuovo socio. Ma tutto è bene quel che finisce bene.