La sinistra piange per Gomorra, s’era fatta un altro film...

Il film di Garrone è fuori dalla corsa all'Oscar. <em>La Repubblica</em> chiama in causa la camorra &quot;ben installata in California&quot;. Ma dalle nomination l’Italia è esclusa da anni

«Di questo non parlo», taglia corto Matteo Garrone. Non si capisce tanto bene perché. In fondo, sempre che Gomorra non risorga il 22 gennaio entrando di slancio in altre cinquine (improbabile ma possibile), i signori dell’Academy Awards gli hanno rovinato la festa senza tanti complimenti. Più saggia la replica del produttore Domenico Procacci: «Non è la fine del mondo, ogni selezione comporta delle sorprese». Già. Invece, come previsto dal nostro Cabona, quasi tutti i commentatori si sono prodotti ieri nel nobile esercizio del piagnisteo, sia pure controllato e lucido, per timore di dar fiato alle trombe della retorica cine-patriottica. Qualche titolo: «Risveglio brusco», «Schiaffo da Hollywood», «Decisione incomprensibile». E giù ipotesi pensose, domande più o meno retoriche, facendo sfrenare la fantasia e fingendo però di non crederci, tanto sarebbe abnorme il sospetto.

Prendete Natalia Aspesi sulla Repubblica. «E se fosse la camorra, che si dice ben installata in California, a punire uno specchio spaventoso della sua pochezza di vita, della sua miserabile, sanguinaria, avventura?». O anche: «E se si fosse dato da fare a spegnere gli eventuali entusiasmi per il film di Garrone chi pensa che “i panni sporchi si lavano in famiglia” e mostrarli addirittura agli Oscar sarebbe stato alquanto inopportuno». Così, «nel vaneggiare sulle possibili, incomprensibili cause» (parole della giornalista), tutto diventa verosimile. Manca solo la lobby ebraica che favorisce Valzer con Bashir, ma siccome sul film di Ari Folman, stratificato e coinvolgente, tutt'altro che politically correct, è stata piantata la bandiera della pace in chiave anti-israeliana, nessuno si azzarda a farlo.

Magari non ha tutti i torti Pascal Vicedomini quando sostiene, intrattenendo egli buoni rapporti con Hollywood, che i guru del cinema italiano sono fuori dal mondo, che non si va in America col partito dei radical-chic. Bisognava fare quadrato e non lasciare varchi. Probabilmente qualcosa non ha funzionato nella campagna americana, ci si è fidati troppo dei successi europei, oppure, come graffia Dagospia, «nella vita, più che il talento, conta il carattere: e quello di Garrone & Saviano, nella loro presentazione a Los Angeles, è stato giudicato altezzoso, borioso».

Nondimeno i critici sembrano cascare dal pero: sbigottiti e affranti, premettono di non aver visto tutti e nove i film pre-selezionati, e tuttavia scrivono di «misteri d’America» (Fabio Ferzetti), di «problema culturale: sulla bellezza del film non si discute» (Alberto Crespi), mentre Ferzan Ozpetek, collega di Garrone, azzarda che il premio di Cannes vale più di un Oscar. Eppure dovremmo saperlo. Con l’eccezione di La bestia nel cuore, sono anni che gli italiani non entrano nella cinquina per il miglior film straniero. La sconosciuta di Tornatore, La stanza del figlio di Moretti, Le chiavi di casa di Amelio, Nuovomondo di Crialese: tutti rispediti al mittente. Dispiace. Peccato. Ma non pare il caso di gridare al complotto hollywoodiano, al capolavoro incompreso, alla dittatura del cliché italico. I giurati dell’Academy hanno considerato meno vibrante e innovativo di noi il pur notevole Gomorra. Succede. Evidentemente da qui, sull’Oscar, c’eravamo fatti tutto un altro film...