La sinistra prepara la ritirata dall’Afghanistan

L’Italia dei valori: «Più soldati nell’area? Inopportuno»

Roberto Scafuri

da Roma

La soluzione per l’Afghanistan dev’essere «politica non militare», dice il premier Romano Prodi. «S’informi, tutti sanno che non è esclusivamente militare ma politica, in ambito Nato, per ricostruire il Paese», incalza l’ex ministro degli Esteri, Gianfranco Fini. Termini di una querelle molto italiana e forse poco comprensibile a Bruxelles, al Consiglio dei ministri degli Esteri e della Difesa dei Venticinque, dove oggi comincerà a essere discussa anche la proposta italiana di una Conferenza internazionale. Il «sì» del presidente afghano Karzai all’iniziativa del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, potrebbe finalmente spingere la Ue a un maggiore coinvolgimento. Un tassello importante, per la Farnesina, che sarà presente alla riunione con il sottosegretario Famiano Crucianelli (D’Alema è in visita in Cina), anche se il rafforzamento della proposta - sempre che la Ue la sostenga - viene visto all’interno dell’Unione con la consueta divergenza di vedute. «Viatico» per un futuro e graduale disimpegno delle truppe italiane, dai partiti della sinistra radicale (ieri l’hanno chiesto ancora una volta il verde Pecoraro Scanio e i comunisti); «mutamento» di strategia che consente di garantire (e magari rafforzare) la continuità della nostra presenza a Kabul, dall’area ulivista.
Il premier Romano Prodi si barcamena così sulla linea di confine sperando, come sottolinea il ministro della Difesa Parisi, che l’Unione «trovi la sua unità». Prodi fa suo il successo diplomatico ottenuto dal ministro D’Alema, un «risultato importante», e lo sposa in pieno, commemorando a Bologna i caduti di Nassirya. «Questi ragazzi hanno sacrificato la loro vita, i genitori e i fratelli mi hanno chiesto che questo non sia dimenticato e noi non dobbiamo dimenticarlo...», dice il premier. Ma subito dopo passa a ricordare che «è inutile pensare che una situazione come quella afghana possa avere una soluzione puramente militare. È assolutamente impensabile: occorre il dialogo, occorre una soluzione politica...». Una tesi ribadita dal prodiano Parisi. Mai così deciso nel sottolineare che «la dimensione militare della nostra presenza in Afghanistan ha un senso solo se inquadrata nella funzione civile: per questo è necessario collocarla nel contesto regionale, facendosi carico di promuovere un confronto con tutti i soggetti della regione, dall’Iran al Pakistan... Da sempre sosteniamo che la questione afghana non può affidare in alcun modo la sua soluzione al solo strumento militare».
Accelerazioni di strategia che nascondono una prossima «svolta», in un senso o nell’altro? Non sembra, visto che nel governo continuano a fronteggiarsi le due linee, e D’Alema ha assicurato che «l’Afghanistan non sarà lasciato nelle mani dei Talebani». Resta così persino il sospetto, dichiarato dal capo dei deputati dipietristi Massimo Donadi, che la strategia di Prodi possa «mascherare inopportuni e ulteriori impieghi di forze nell’area». D’altronde lunedì scorso il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, aveva ancora una volta chiesto un maggiore coinvolgimento della Ue.
Il governo naviga dunque a vista e una linea precisa non c’è, se non quella di lasciare campo libero all’iniziativa di D’Alema. La maggiore decisione di Prodi si spiegherebbe, allora, soprattutto in relazione a quel tanto di rivalità che lo «lega» al suo ministro degli Esteri. Nel frattempo, però, anche fuori dall’area della sinistra, nella maggioranza sono sempre di più quelli che vedono, alla luce dei risultati, «inadeguato» l’intervento militare (Castagnetti). Proprio ieri il Consiglio comune di sorveglianza e di coordinamento (di cui fanno parte rappresentanti del governo afghano e della Nato) ha diffuso i dati di una situazione che precipita: le vittime dei combattimenti dall’inizio del 2006 si sono quadruplicate rispetto all’anno scorso, arrivando a circa 3.700 persone, tra le quali circa mille sarebbero civili. Autobombe, attacchi suicidi e rapimenti sono ormai all’ordine del giorno, in un Paese nel quale solo il 15 per cento degli abitanti ha l’energia elettrica e la produzione dell’oppio (fonte di finanziamento degli insorti Talebani) è aumentata quest’anno quasi del 60%.