La sinistra in pressing su Monti per spremere di più gli italiani

RomaOra la sinistra tira Monti per la giacchetta: più tasse. Ma il premier frena e con il suo ministro Piero Giarda accelera sul taglio della spesa pubblica per contenere il debito. Terrorizzati dal preannunciato schiaffo sulla riforma del mercato del lavoro, nel Pd e dintorni, in ogni caso, si cerca di correre ai ripari. «Uè, ma siamo matti? Non siamo mica qui a trangugiare soltanto rabarbaro», è il pensiero di Bersani-stile-Crozza che nelle prossime ore avrà l’imbarazzo di mettere faccia e voti sui licenziamenti facili. «Che c’azzecca il lavoro?», è il controgiudizio di Di Pietro, anch’egli arroccato sul «non si tocchino le tutele dei Cipputi». Così, entrambi i leader della sinistra, si sfogano sulle colonne de La Stampa proponendo le loro ricette: un po’ di tasse in più. Così, tanto per distogliere l’attenzione da quanto sta per accadere ai loro elettorati di riferimento.
Il primo, Bersani, punta all’imposta internazionale, ossia alla Tobin Tax, che dovrebbe colpire le transazioni finanziarie. Ha bisogno di far vedere che dice e fa qualcosa di sinistra, il capo del Pd: «Non possiamo mica mangiare pane e city - brontola Bersani che attacca Londra perché non ne vuol sapere di tassare le operazioni di borsa - Alla fine non ci sarà neanche il pane ed è ora che la finanza paghi qualcosa di quel che ha provocato». Inoltre il leader piddino punta i paletti per il futuro e lancia un messaggio al premier: «Con l’anno che comincia bisogna darsi un metodo nuovo». Che vuol dire «avere una sede tra governo e gruppi parlamentari che consenta di costruire l’agenda di lavoro e renderla effettiva». Tradotto dal politichese: vogliamo contare di più ed evitare di inghiottire troppi rospi in futuro.
Più comoda la posizione dell’oppositore Di Pietro, in ogni caso sulle barricate di fronte alla battaglia della flessibilità nel mercato del lavoro. «I licenziamenti facili non creano occupazione» è lo slogan dell’Italia dei valori. Il cui leader, sempre dalle colonne del quotidiano di Torino, scatena la propria furia contro il capitale. Che va tassato, sequestrato, scippato. Specie quello all’estero. «Chiediamo un aumento della sovrattassa sui capitali scudati dal vergognoso 1,5 per cento al 15 per cento. Così incasseremo almeno 10 miliardi di euro». Non solo: «Per chi non ha aderito allo scudo fiscale (ossia non ha fatto rientrare in Italia i capitali a fronte di una multa che poi è aumentata in barba a qualsiasi patto Stato-cittadino, ndr) e quindi ha dei capitali all’estero, ne deve dimostrare la provenienza; altrimenti debbono essere sequestrati». Poco più d’una sparata che non verrà accolta da Monti che, in ogni caso, tira dritto. Il premier, che sabato prossimo verrà ricevuto in Vaticano da Papa Benedetto XVI, è concentrato sulle missioni internazionali ma accelera sul versante opposto a quanto sperato dagli ex compari di Vasto, Bersani & Di Pietro. Le tasse introdotte son fin troppe e l’economia sta soffocando. Meglio concentrarsi sulle liberalizzazioni e il taglio delle spese. Su questo capitolo è al lavoro il ministro dei Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, ex sottosegretario al Tesoro dal ’95 al 2001, e super esperto di spesa pubblica. È lui l’artefice, assieme al viceministro dell’Economia Vittorio Grilli, della cosiddetta «spending review»: la mappa di tutte le uscite dello Stato. Dallo screening delle spese verranno tagliati rami secchi per un valore che va dai 5 ai 15 miliardi di euro. Non i famigerati tagli lineari di tremontiana memoria che tanti mal di pancia hanno procurato ai ministri del precedente governo, ma operazioni chirurgiche per limitare il buco da cui escono troppe risorse pubbliche. La speranza di Monti è sempre la stessa: cercare di evitare l’aumento dell’Iva tra sei mesi. Naturalmente spread permettendo.