La sinistra radicale batte Ds e Margherita

In molti Comuni l’ala estrema vola mentre il futuro Pd resta al palo. Giordano (Prc) esulta: «Non è vero che si vince al centro»

da Roma

Potere di leadership addìo? Il campanello di allarme per il Partito democratico adesso ha un nome, ed è uno di quelli che non si dimenticano, anche perché al primo ascolto suona un po’ strano: Ippàzio Stefàno. Fino a ieri nessuno a livello nazionale conosceva questo popolare medico tarantino, da ieri tutta la sinistra radicale lo cita e lo osanna come un eroe: per Franco Giordano è «un simbolo», per Giovanni Russo Spena «l’immagine di una sinistra straordinaria», per Gennaro Migliore «un radicale vincente», per Fabio Mussi «il brillante successo di chi non ha avuto paura di caratterizzarsi con un profilo di sinistra».
Insomma, fino a ieri non tutti si erano accorti che in queste elezioni si giocavano due partite. Una fra destra e sinistra, l’altra fra le due sinistre, per misurare i rispettivi rapporti di forza sui voti di lista. E Ippàzio era una sorta di prova generale che riassumeva tutte le altre al di là della sfida cittadina. Nella maggior parte dei comuni, infatti, l’eco della scissione all’interno dei Ds, elettoralmente non è ancora arrivata, perché quando Mussi e compagni sono usciti dalla Quercia, le liste erano già chiuse. Ma a Taranto, invece, il caso ha regalato agli elettori una anteprima di quello che potrebbe accadere domani. Nella città pugliese, infatti, il presidente della provincia dell’Unione, Giovanni Florido (Margherita) aveva rifiutato la proposta delle elezioni primarie («Le ho già fatte quando mi hanno eletto») e si era candidato a sindaco, sostenuto da tutte le forze costituenti del Partito democratico. E così, alla sua sinistra, intorno alla popolarissima figura di Ippàzio Stefàno, si è riunito un cartello inedito, dai Verdi a Rifondazione, al Pdci, all’Udeur di Clemente Mastella. Risultato? Il candidato radicale vola e va al ballottaggio, Florido resta al palo e viene escluso. Il caso diventa nazionale, e si somma a quello di un altro personaggio emerso nella precedente tornata amministrativa: Rosario Crocetta, sindaco omosessuale antimafia di Gela (eletto con un trionfale 65%). E ieri, anche quello di Massimo Cialente, «mussiano» che vince all’Aquila, malgrado molti fassiniani - dopo la scissione - avessero storto la bocca per la sua candidatura. In uno scenario in cui il peso specifico del Pd nella coalizione, anziché salire scende, gli Stefàno, i Cialente e i Crocetta (come già con Nichi Vendola) vengono usati per contestare il teorema che fino ad oggi ha governato nell’Unione, quello che attribuiva il potere di leadership dei candidati a Ds e a Margherita. Ora, per dirla con Giordano, la sinistra antagonista cita questi casi per dimostrare che «non è vero che si vince dal centro». Anche perché, e questo è il campanello più importante che è suonato al Botteghino, alle già magre percentuali raccolte dal Partito democratico alle amministrative di ieri, da domani bisognerà sottrarre anche i voti di chi sceglierà di andare con Mussi.