La sinistra radicale contro l’Ulivo: "Mediaset? Piuttosto gli stranieri"

Lo stop: "Sarebbe curioso che proprio noi rafforzassimo l’impresa di Berlusconi". E il ministro Gentiloni fa marcia indietro: "Sono stato male interpretato"

Roma - Che sia vero oppure no che Berlusconi è seriamente interessato a Telecom Italia poco importa. Perché l’alzata di scudi che arriva dalla maggioranza - sinistra radicale in prima fila - su un possibile ingresso del Cavaliere nell’affare che da quattro giorni monopolizza il mercato italiano e internazionale può anche tornare utile in chiave preventiva, nel caso in cui l’ex premier stesse magari valutando la possibilità di subentrare con una partecipazione in seconda battuta.
Così, già di prima mattina Giordano si dice «assolutamente contrario a far accedere Mediaset alla gestione di Telecom» perché «siamo davanti a un clamoroso quanto irrisolto conflitto di interessi». Un leitmotiv, quello lanciato dal segretario del Prc, che andrà avanti per tutta la giornata. Fino al punto che il sottosegretario all’Economia Cento arriva a chiede al Cavaliere di «fare un passo indietro» e «risolvere il suo conflitto d’interessi». Berlusconi, aggiunge, «decida se vuole fare l’imprenditore o il leader politico». Con un avvertimento al centrosinistra, visto che «sarebbe assai curioso se proprio con questo governo il Cavaliere dovesse riuscire a rafforzarsi contemporaneamente come capo dell’opposizione e come imprenditore». Parole condivise dal ministro Pecoraro Scanio, che all’ipotesi di un interessamento di Mediaset replica secco: «Prima di tutto bisogna fare la legge sul conflitto di interesse». E pure secondo la deputata verde De Zulueta «non può che destare allarme la prospettiva» di un intervento di Mediaset nella trattativa. Simile la posizione dell’Italia dei valori, nonostante Di Pietro scelga la via della prudenza sulla querelle Berlusconi. Il capogruppo alla Camera Bonelli, infatti, è netto. «Non si rimedia a un problema creandone uno ancora più grande», spiega l’esponente dell’Idv. Perché «l’eventuale acquisto da parte di Berlusconi di Telecom significherebbe proprio questo, peggiorare ancor di più il clamoroso conflitto di interessi». E dunque, se il Cavaliere «è l’unico a poter prendere in mano la situazione», allora «è veramente il caso di pensare a investitori stranieri».
E anche dai Ds si alza l’allarme Berlusconi. Con Giulietti che dice che nel caso di un ingresso del leader di Forza Italia nella Telecom, il Cavaliere «dovrebbe lasciare la politica» perché «già c’è un conflitto di interessi enorme e non sono favorevole all’ipotesi che venga allargato». Secondo la Buffo, esponente della sinistra Ds, «tutto si può fare» tranne che «precipitare dalla padella nella brace» e «rimediare al disastro fatto con Telecom» ignorando «il conflitto d’interessi». Insomma, «occorre ripensare a quello che aveva suggerito Rovati». E pure Vita, sottosegretario alle Comunicazioni dal ’96 al 2001 (con Prodi, D’Alema e Amato) e oggi assessore alla Cultura della provincia di Roma, si dice «preoccupato» per le voci di un ingresso di Berlusconi in Telecom.
Chiarisce la sua posizione in proposito anche il ministro delle Comunicazioni Gentiloni, che ribadisce come la sua intervista al Sole-24 ore sia stata oggetto di interpretazioni «fantasiose e fuorvianti» (magari «basate solo sul titolo» dell’intervista). «Il controllo di Telecom Italia da parte di Mediaset e viceversa - spiega una nota del ministero - è vietato dalla legislazione vigente ed è escluso anche dal disegno di legge di riforma del settore televisivo in discussione alla Camera». Più chiaro Lusetti. «Nella vicenda Telecom - dice l’esponente dell’esecutivo della Margherita - nel centrosinistra nessuno ha parlato di Berlusconi quale salvatore. E certamente, se pure qualcuno ha pensato a Mediaset lo ha fatto senza dimenticare che prima di ogni cosa andrebbe risolto con legge il problema del conflitto d’interessi».