La sinistra radicale pensa già alle urne: rendite da stangare

Emendamento pre-elettorale di Prc, Verdi, Pdci e Sd per innalzare le aliquote al venti per cento

da Roma

La sinistra estrema si prepara alle elezioni. E sebbene sappia che al Senato non ci sia una maggioranza in grado di approvarlo, annuncia un emendamento alla legge finanziaria per introdurre l’aumento delle imposte sulla tassazione delle rendite finanziarie. E non solo. Sulla stessa scia della campagna elettorale, Franco Giordano ed altri dichiarano «guerra» alla Commissione europea.
Al termine di un «vertice» fra i capigruppo a Palazzo Madama di verdi, Rifondazione, Sinistra democratica e Comunisti italiani è stata messa a punto una strategia comune - come spiegano Ripamonti e Salvi - sulle modifiche da apportare alla manovra. Al primo posto c’è l’aumento della tassazione delle rendite finanziarie al 20%, così come previsto dal programma dell’Unione. L’orientamento sarebbe quello di esentare dall’aumento delle imposte i piccoli capitali. Obiettivo dell’aumento della tassazione, ottenere maggior gettito da utilizzare per ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente.
Fra gli altri emendamenti annunciati, anche quello che introduce forme di fiscalità di vantaggio per i lavoratori dipendenti, la reintroduzione dei crediti d’imposta al Sud, la detassazione degli aumenti contrattuali per i lavoratori dipendenti. La sinistra estrema sa perfettamente che la fiscalità di vantaggio non può essere introdotta solo per i lavoratori dipendenti, senza un ridisegno complessivo delle aliquote Irpef: sull’argomento ci sono biblioteche di giurisprudenza della Corte Costituzionale. Diverso è il discorso di Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia, che chiede che il governo metta in agenda una riduzione dell’Irpef per i lavoratori dipendenti; senza sostenere emendamenti in tal senso. Così come non possono essere reintrodotti i crediti d’imposta per il Sud: bocciati dalla commissione europea, in quanto profilano un aiuto di Stato.
E incurante dei Trattati europei (che non hanno votato) e dei Patti che li applicano, Rifondazione comunista si scaglia contro le osservazioni di Joaquin Almunia, commissario europeo agli Affari economici. «Credo che la politica economica e sociale - spiega Franco Giordano, segretario di Prc - debba essere fatta in autonomia dai governi e non essere sovradeterminata». E aggiunge: «Anche se lo abbiamo contestato, stiamo rispettando abbondantemente tutti i parametri del Trattato di Maastricht. È curioso - sottolinea polemicamente - che l’Europa si faccia sentire in maniera così consistente adesso e non invece prima (il riferimento è al governo Berlusconi, ndr), quando i parametri erano fuori controllo».
Il segretario di Rifondazione dovrebbe sapere che non solo l’Italia non rispetta «abbondantemente tutti i parametri di Maastricht», come dice; ma non è nemmeno in linea con quanto previsto dal Patto di stabilità europeo e con le decisioni assunte all’Ecofin di Berlino. Per quanto riguarda Maastricht, il livello del debito italiano è ben superiore al 60% indicato nel Trattato. In più, il Patto di stabilità prevede una riduzione del deficit strutturale dello 0,5% all’anno, e con la Finanziaria viene ridotto dello 0,2%. Ma sempre il Patto dice che il maggior gettito non deve finanziare nuova spesa pubblica, ma contribuire alla riduzione del deficit: cosa non avvenuta.
Infine, Padoa-Schioppa si era impegnato a Berlino a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2010, mentre dalla legge finanziaria l’obbiettivo verrà raggiunto nel 2011.