La sinistra radicale sfida il governo «Suicida lo scontro coi sindacati»

Dopo lo strappo a Palazzo Chigi sul Dpef, Ferrero (Rifondazione) viene accolto da un’ovazione a un’assemblea di lavoratori precari

Roberto Scafuri

da Roma

All’auto-spallata, finora, non ci aveva pensato nessuno. Esiste il «serio pericolo - immagina il segretario del Pdci Oliviero Diliberto - di avere, in autunno, un rovinoso sciopero generale contro la manovra economica». La minaccia è seria, determinata da «pulsioni suicide» del governo: «Cerca forse lo scontro con i sindacati?», si chiede il leader comunista. Ma la realtà si presenta un po’ più complessa, rispetto al gioco al rialzo in voga nella sinistra radicale. Basti pensare che, pressappoco nelle stesse ore, il leader della Cgil Epifani annunciava il tentativo di passare mano nella mano con Padoa-Schioppa per lo stretto sentiero dei conti pubblici. Assicurando che «non saremo certamente noi a protestare perché serve una cura forte».
Non andremo ad assistere a una versione riveduta e corretta del ’98, garantisce Rifondazione comunista. Almeno, non con il Prc protagonista in negativo. «La maggioranza non è in pericolo», dice il capo dei senatori, Giovanni Russo Spena. E il ministro che non ha firmato il Dpef, Paolo Ferrero, accolto da ovazioni e ringraziamenti a un’assemblea di precari, ha saputo moderare l’entusiasmo: «Oggi incasso gli applausi della base che ovviamente mi fanno moltissimo piacere, ma presto arriveranno anche i fischi... non ho dubbi». Secondo il segretario Franco Giordano la partita è assai aperta e le forze in campo non tutte chiare: «Sulla manovra economica i poteri forti hanno tentato di spostare l’asse del governo. C’è qualcosa che non funziona se Confindustria applaude la manovra e i sindacati la criticano...». Rifondazione, insiste il suo leader, «vuole costruire le condizioni per il consenso con i sindacati». In questo schema, è palese che ci si trovi di fronte a un bivio: «È il governo che deve scegliere di stare con i lavoratori, non ci può essere equivicinanza fra i settori avvantaggiati dal governo Berlusconi e quelli che Berlusconi ha colpito. Rifondazione ha posto un problema, siamo convinti di superarlo». Nel merito, Giordano paventa che il ministro dell’Economia «voglia fare cassa dalla spesa sociale», mentre «ci sono le condizioni per evitare i tagli» e, anzi, è arrivata l’ora di «costruire una vera e propria stagione di risarcimenti sociali: studiare una diversa tassazione per le classi più abbienti e di avvicinarci alla media europea sulla tassazione delle rendite finanziarie...».
Rifondazione vuole stare nel governo per cinque anni, e vuole starci con «gli occhi aperti». Il ministro Ferrero spiega il suo gesto al Consiglio dei ministri come «non l’inizio di una fine, ma l’inizio di una discussione all’interno del governo: non partecipare al voto è la forma più debole di dissenso, altrimenti sarebbe stato un vero strappo...». Atteggiamento responsabile piaciuto allo stesso Prodi e apprezzato - eccezion fatta per l’Udeur e settori inciucisti nell’ombra - all’interno della maggioranza. Il radicale Capezzone arriva a chiedere di «aiutare Rifondazione e non metterla in difficoltà», vista l’area di dissenso sociale che rappresenta e che non deve essere tagliato fuori dalle scelte. Come per l’Afghanistan, ai leader rifondatori comincia a insospettire uno schema che si ripete: qualcuno pigia l’acceleratore del governo verso destra, mentre il Pdci si assume il compito di «scoprire», a sinistra, le minoranze estreme di Prc. Così ieri i vari Grassi, Cannavò eccetera si sono lanciati all’inseguimento delle dichiarazioni di Rizzo e Sgobio (Pdci). Un complesso gioco a perdere dal quale la Cgil ci tiene a tirarsi fuori e sul quale Giordano rifiuta commenti: «Diliberto non m’interessa, m’interessa il merito. Il governo è forte se ha il consenso dei lavoratori». Si tratta, come dice Ferrero, di «mettersi in sintonia, in relazione con le forze sociali che ci hanno appoggiato: questo governo deve scegliersi una base sociale». Nell’attesa che si decida, il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, propone «una cabina di regia per condividere le scelte», perché le «divisioni danneggiano la coalizione» e la «mancanza di coordinamento in maggioranza ci preoccupa». Tutto sta a capire se di disorganizzazione si tratti, o piuttosto di una «contro-cabina di regia» che stia girando un film tutto diverso, underground, dal titolo: «Avanti Casini!».