La sinistra radicale si spacca su Kabul

Il ministro del Prc Ferrero: «Liberi tutti se il governo non avrà la sua maggioranza»

Adalberto Signore

da Roma

Si agitano ancora le coscienze della sinistra. Alle prese da giorni con un vero e proprio scontro fra «realisti» e «idealisti», divisi fra chi chiede una prova di «compattezza» nel voto sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero per evitare l’addensarsi di nubi «neocentriste» sull’Unione e chi, invece, non è intenzionato a «votare per una missione di guerra».
Così, è inevitabile che la direzione nazionale del Prc si apra sull’eco del monito lanciato sulle colonne di Repubblica da Franco Giordano: «Chi vota “no” tradisce i patti e sarà fuori da Rifondazione». Concetto che il segretario ribadisce con forza: serve una posizione unitaria perché una «maggioranza a geometrie variabili metterebbe a rischio l’intera coalizione», aprendo la strada «a una svolta neocentrista». Parole che raccolgono il consenso della direzione e pure di qualche esponente della minoranza del partito che votano a favore del documento proposto dalla segretaria. Sul «nodo» Afghanistan, però, la frattura non pare affatto sanata, con le minoranze dell’Ernesto e di Sinistra critica che ribadiscono di non voler «scendere a compromessi». Insomma, «no al rifinanziamento delle missioni militari». Con Giordano che richiama i dissidenti al «rispetto della linea di partito» e Fausto Bertinotti che da Lisbona manda un messaggio chiaro ai suoi. «Questa maggioranza - dice il presidente della Camera - ha avuto un mandato dagli elettori ed è giusto che lo faccia valere con grande coerenza». L’Unione, aggiunge, «deve essere autosufficiente».
Per quanto autorevole, però, il richiamo del leader del Prc non sblocca l’impasse. E Giordano è costretto a ricordare «il forte contributo del partito che ha impedito che venissero accolte le richieste della Nato e dell’Onu ad aumentare le truppe italiane sul territorio». Dato che però contrasta con i numeri in mano al ministero della Difesa. Nell’ultimo mese, infatti, il contingente italiano in Afghanistan è aumentato di 500 unità, passando dai 1.356 uomini di inizio giugno ai 1.850 di oggi. Sarà anche per questo, forse, che le minoranze restano sulle barricate. Salvatore Cannavò di Sinistra critica lo dice chiaro: «Io non ho ricevuto nessun mandato per votare una missione militare. Ognuno si assuma la propria responsabilità, io non mi assumo quella di votare una missione di guerra». Anche Franco Turigliatto, senatore del Prc, resta perplesso: «Il nodo è tutto politico. Ci sono dei rospi che sono disposto a ingoiare per una logica di partito, ma la guerra è “iningoiabile”». Conferma il suo dissenso Claudio Grassi: «Il disegno di legge è insoddisfacente poiché non contiene un elemento di discontinuità rispetto a quello varato da Berlusconi. Non è stata inserita l’exit strategy. Abbiamo già presentato due emendamenti e vedremo che succederà». E il senatore del Prc arriva a evocare la rottura che nel 1998 portò alla caduta di Romano Prodi: «Anche allora il Rifondazione aveva sopra di sé delle pressioni. Ma alla fine abbiamo rotto perché ritenevamo che non ci fossero le condizioni per far parte di un’alleanza».
Ma il dibattito interno al Prc (oggi pomeriggio si tornerà sull’argomento durante l’incontro del gruppo del Senato) continua a coinvolgere anche altri settori della sinistra radicale, dal Pdci ai Verdi. «Qualche passo è già stato fatto, bisogna però che dal governo vengano altri segnali», fa sapere Marco Rizzo, capodelegazione di Comunisti italiani a Strasburgo. Mentre auspica un «facilitatore» per «instradare il dissenso sulla via del dialogo» il verde Mauro Bulgarelli, uno degli otto senatori ribelli.
Così, va avanti incessante il pressing dei leader dell’Unione. Con Prodi che da San Pietroburgo auspica «decisioni unanimi» e dice di «non temere frizioni». E il ministro degli Esteri Massimo D’Alema che parla di «unilateralismo pacifista e suicida» e punta il dito contro il «radicalismo estremo» che «allontana dal riformismo». Più cauto Piero Fassino, che invita i ribelli a «mantenere il proprio dissenso senza tradurlo in una dissociazione di voto». Categorico, invece, il vicepremier Francesco Rutelli: «Chi firma un programma sa che arriva il momento in cui i patti con agli elettori si onorano». «È evidente - chiosa il ministro del Prc Paolo Ferrero - che se il governo non avesse la sua maggioranza sarebbe una specie di “liberi tutti”».