La sinistra reazionaria che porta al declino

Come ciliegina su una torta già sufficientemente avariata è pervenuta la notizia dello stop definitivo al Terzo valico. Certo la notizia era nell’aria: problemi di bilancio facilmente risolvibili, come aveva dimostrato il precedente governo) sono diventati ostacolo utile - per l’attuale esecutivo - nel venire incontro alle esigenze dei Verdi e della Sinistra antagonista in genere. Massimiliano Lussana ha già detto benissimo in relazione al danno per Genova, per Milano (e per l’hinterland delle città che si estende ai rispettivi tessuti regionali). Quel che sorprende sempre in questa infinita telenovela politico-amministrativa è il giuoco delle parti che nella sua dinamica perversa raggiunge inevitabilmente quel che si prefigge: il «non fare l’opera necessaria allo sviluppo della nostra città e della nostra regione (e non solo a loro).
Ora, a parte lo scarso peso specifico di Genova e della Liguria (divenuto una condizione permanente ad un punto tale da sfiorare un dato essenziale di destino) di cui la Sinistra da qualche decennio può «vantare» non poca responsabilità, occorre insistere su una caratteristica di fondo: una diffusa mentalità - di cui la sinistra-centro è in larga misura incarnazione e felice rappresentanza - avversa alle trasformazioni (e quindi desiderosa di rallentare lo sviluppo). Sicuramente è quasi incredibile e per certi versi grottesco che chi sbraita sulla decadenza, abbia poi una sorta di timore ossessivo nei confronti della potenza delle forze produttive (quelle così care a Marx in quanto portatrici di una realtà di trasformazione economicamente e socialmente «rivoluzionaria»). L’avversione alle grandi opere - quelle per intenderci di incontrovertibile utilità - fa parte di una filosofia da aristocratici russi (di provincia) ai tempi dello zar Nicola I (quello delle «anime morte» di N. Gogol). Purtroppo, riferite all’Italia dei giorni nostri, non sono queste considerazioni tanto «esagerate» se si pensa alla molteplicità dei vincoli che impediscono ogni tipo di impresa che abbia di mira una qualche modificazione ambientale (anche il semplice abbattimento di un rudere di manufatto ormai fatiscente).
Ideali idillico-reazionari (che sorprenderebbero non pco A. Gramsci, visto che egli apprezzava l’«americanismo» come atteggiamento capace di svecchiare la mentalità italiana del suo tempo) delineano - essendo interni alla Sinistra-centro - non più una rappresentanza del «lavoro» ma piuttosto una confusa bohème di sentimenti pauperistico-parassitari. È questa la bandiera autentica che garantisce il declino al «bel paese». È, ancor prima che politico, un vessillo «culturale» che tende a muoversi in controtendenza con il sapere tecnico e scientifico (sotto questo profilo la legittima - se non doverosa - critica ai limiti della scienza e della tecnica, così instancabilmente presente nella cultura italiana - soprattutto da parte «cattolica» - porta pesantissime responsabilità). Se qualcuno nutrisse dubbi in proposito è invitato a farsi parte diligente nel promuovere una ricerca mirata entro l’orizzonte di idee circolanti nell’ambito del nostro apparato scolastico (sopratuttto quello della scuola seocndaria superiore): è più che probabile che ne senta delle belle. D’altra parte è ben difficile credere che il crollo, così rilevante, di iscrizioni alle facoltà scientifiche universitarie non sia incoraggiato (anche) da questo sconcertante retroterra. O l’Italia - a partire dalle «sue» forze politiche - cambia mentalità o è ineludibile il suo declino. D’altra parte, Genova - colpita ancora una volta nei suoi interessi più vitali - è testimone attendibilissima di quel che accade quando «ideologie e politiche» avverse - per difetti originari - ai motori dello sviluppo economico capitalistico, vogliono governarlo, ridimensionandolo. Quelle stesse «ideologie e politiche» o sono foraggiate potentemente dallo Stato o non riescono ad innescare un ciclo economico virtuoso. Certo, non sarà solo colpa loro, ma sarebbe davvero comico che i fautori della «supremazia del momento politico» volessero a questo stesso togliere poi il suo peso (comunque rilevante) per celare il proprio fallimento.