La sinistra a rischio débâcle vuol riciclare anche Epifani

RomaA leggere le smentite che arrivano dalla Cgil sembrerebbe al massimo uno spauracchio per indurre a miti consigli i rissosissimi democratici umbri. Una boutade, sempre secondo la versione ufficiale, che non ha nessuna possibilità di realizzarsi.
Ma il nome di Guglielmo Epifani ancora non è uscito dal totonomine per la presidenza dell’Umbria. Spuntata in autunno e subito tramontata, l’idea di una sua candidatura per la poltrona che ora è occupata dalla tostissima Maria Rita Lorenzetti, ha ripreso quota negli ultimi giorni. Saranno le sempre più frequenti visite a Cannara, paese poco lontano da Assisi dove il sindacalista ha parenti. Oppure, più verosimilmente, il fatto che il Pd locale questa volta non riesce proprio a venirne a capo da solo e in molti, anche a Roma, si stanno convincendo che per il cuore verde d’Italia serva una soluzione «medioevale». Il ritorno ai podestà, comandanti e amministratori, che non erano mai del posto. Lontani dalle beghe e dalle lotte di potere che in Umbria, oggi come al tempo dei comuni, sono feroci.
Il fatto è che il vecchio sistema di potere che ha tenuto al governo ininterrottamente il Partito comunista e poi i suoi eredi sta scricchiolando. Il sistema che Ernesto Galli della Loggia aveva efficacemente sintetizzato nella battuta «Una volta un umbro su due votava comunista. Adesso un comunista umbro su due vota in un consiglio di amministrazione», non esiste più. Da una parte c’è un governatore dalemiano-bersaniano, Lorenzetti, saldamente in sella e in cerca di un terzo mandato. Dall’altra parte mezzo partito, i franceschiniani e i mariniani eredi della Dc, con l’elmetto calzato, e pronto a chiudere l’era della «zarina». La lotta per il potere in Umbria non ha assunto i toni folcloristici di quella pugliese, ma è ugualmente dura. La Lorenzetti non potrebbe nemmeno ricandidarsi, dopo due legislature. Avrebbe dovuto chiedere una deroga, ma ha detto che non lo farà. Gli avversari non hanno nemmeno proposto un’alternativa e pongono come condizione per qualunque scelta, il ritiro di Lorenzetti. Non sono riusciti a sbloccare la situazione né gli inviati dal Pd nazionale, né un «comitato dei saggi» istituito alla vigilia di Natale e smantellato poco dopo Santo Stefano. «Servirebbe una forza di interposizione come in Medio Oriente», diceva ieri al Corriere dell’Umbria Alberto Stramaccioni, avversario della Lorenzetti, ma fuori dalla corsa per la regione. Quello che è certo è che, prima o poi, un nome dovrà saltare fuori, se il Pd non vuole ripetere a livello regionale la debacle elettorale di alcuni comuni tradizionalmente rossi, passati al centrodestra alle ultime elezioni. Di papabili di razza ce ne sono. Si fanno i nomi di Gianpiero Bocci, ex Margherita che porterebbe molti voti in dote, di Mauro Agostini, ex tesoriere nazionale del Pd e veltroniano di ferro. E anche quello della vicepresidente del Pd Marina Sereni. Ma tutti si tengono lontani dalla mischia. Tutto bloccato. E in questa situazione è tornato nei retroscena regionali il nome di Epifani. Lui, questa volta, non ha smentito ufficialmente, ma ha assicurato il suo sindacato che si tratta ancora una volta di voci infondate. In ballo c’è anche il congresso della Cgil che sceglierà il prossimo segretario. Se Epifani dovesse scendere in campo in Umbria non potrà gestire questa fase. Ma se non dovesse farlo, perderà un treno utile per traslocare in politica. E, Cofferati insegna, di questi treni, per i sindacalisti, non ne passano molti.