La sinistra in rivolta contro se stessa

A preoccuparsi di più è Europa, giornale della Margherita, che reca sotto la testata la scritta: «Nel partito Democratico». Dove in verità convive con l’Unità, settario alla maniera antica e dunque più gradito ai compagni post-comunisti. In un articolo dedicato all’estremismo che imperversa nell’Unione Europa scrive: «Enorme confusione a sinistra, situazione niente affatto eccellente». Per manifestare il suo allarme, ed evitare malintesi sempre possibili data la compagnia, il giornale manomette la citazione originale, che è del compagno Mao, e che recita invece: «Grande è la confusione sotto il sole, la situazione è eccellente».
A preoccupare l’area moderata del centro-sinistra è la esplosione di fenomeni che monopolizzano le attenzioni generali e le pagine dei giornali. C’è il caso Grillo, che da una parte si vuole sottovalutare - è la ricerca della notorietà di un guitto, cose che passano - ma dall’altra lo si prende molto sul serio, perché nel guittismo esibito in modo così sfacciato confluiscono insieme una carica estremista contro la politica e un giustizialismo che, a differenza dei primi anni ’90, non fa distinzioni.
E anzi, per conquistare le piazze delle città e quella telematica i colpi più acuminati sono diretti a colpire lo spettacolo offerto dal governo patrio: dai litigi interni fra i ministri, alle costose inefficienze, agli sperperi portati alla luce del sole da La Casta, che è poi il maggior successo editoriale degli ultimi anni. Dalla parte di Grillo, che ricorda il Mussolini dopo la fase massimalista, sono un paio di ministri, mentre il presidente della Camera gli attribuisce la funzione di «colmare un vuoto» che in politica è sempre qualcosa. Anche perché questo vuoto lo si va a colmare a Bologna.
Il secondo evento della settimana è più serio, e però essendo meno estraneo alla cultura e alla storia della sinistra può incidere, e incide, nel suo corpo (gira già un appello pro Fiom con l’adesione dei soliti intellettuali firmaioli, Fo, Rame, padre Zanotelli, Giulietto Chiesa, Gallino e molti altri). Quel che più conta, è lo spostamento su posizioni sempre più estreme di aree estese della sinistra, e della «cosa rossa». Il fatto della settimana è il «no» della Fiom all’accordo del luglio fra governo e sindacati, che può incidere sul nodo politico dei prossimi mesi, e sulla stessa legge finanziaria per la quale sempre la «cosa rossa» ha presentato una sorta di contro- progetto. Altra cosa mai vista.
Il punto debole di Prodi sta diventando quello che è stato, fin qui, la sua forza, il rapporto privilegiato con la sinistra e con Rifondazione. Perché proprio in questo partito la situazione si è fatta difficile. Cresce nel Prc un allarme provocato dagli ultimi risultati elettorali del giugno, e dai successivi sondaggi. E cresce, insieme, la tentazione di un disimpegno dal governo visto come la strada per ristabilire i rapporti con quel «mercato della protesta» che si va ingrossando e che ha da sempre le sue roccaforti nella sinistra massimalista.
E a navigare nella protesta non solo «i grillandi». Il segretario della Fiom piemontese Giorgio Arnaudo sostiene che certe reazioni sono presenti nelle fabbriche ove gli operai «accomunano i sindacalisti ai politici». Equazione automatica quando i presidenti di Camera e Senato e il ministro del Lavoro hanno passato una vita nel sindacato, come peraltro molti sottosegretari. Gli operai non avranno letto La nuova classe di Gilas e La Nomenklatura di Vosslenski, ma la sensazione di costituire un’area sempre più sacrificata nella commistione fra sindacato e governo è ormai chiara. Lo strappo della Fiom, l’abbandono delle mitiche «tute blu» è un evento storico. E del resto, il Cipputi di un tempo sarà stato ingenuo, ma non propriamente fesso. Soltanto Prodi poteva minimizzare l’evento, riducendolo a una «diversità di opinioni» che prima o poi passerà, come i malumori di Mastella e Di Pietro.
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