La sinistra da salotto fa le barricate con la casa a Parigi

La penna chic Barbara Spinelli lascia la "Stampa" per "Repubblica": il
quotidiano di Torino le sembra troppo poco anti berlusconiano

La signora dell’apocalisse si sta preparando per la battaglia finale. Barbara Spinelli si va convincendo che bisogna finalmente fare i conti con quella sporca razza di uomini che rende il mondo una fogna. Siccome è convinta che la missione del giornalismo, quello vero, quello degli eletti come lei, sia purificare la terra, ha deciso di tornare alle origini. La Stampa di Torino a cui la legava l’amicizia di casta salottiera con gli Agnelli non è più il pulpito adatto, l’ultimo direttore che per lei deve avere il dna sbagliato, visto che è figlio del commissario Calabresi, segue una linea editoriale troppo «cerchiobottista e opportunista».

Per certe battaglie ci vuole la Repubblica, di cui è stata cofondatrice. È il ritorno a casa Scalfari. È da lì che può fare la battaglia contro i Feltri e i Sallusti. Lì può crocifiggere con le sue lenzuolate illeggibili gente come Nicola Porro, che un anno fa definì «subdolo, un giornalista con le fattezze del politico». La colpa di Porro fu di aver replicato a Travaglio, il suo ultimo pupillo, un altro priore dell’ordine dei giusti. Porro reo di fare opinione politica, mentre lei e Travaglio si limitano a raccontare i fatti.
D’altra parte note di cronaca della figlia di Altiero Spinelli sono note a tutti, una signora che ha sempre masticato la polvere della strada narrando le notizie dal basso. Pensate che per capire l’Italia se ne è andata a vivere a Parigi. Perché lei ama il popolo, ma preferisce non incontrarlo per strada. Fatto sta che dal suo esilio francese si è convinta che il Cavaliere sia il male assoluto. Quindi quando l’Avvocato la convinse a restare alla Stampa si fece mettere nel contratto che la casa parigina gliela pagava il giornale. E adesso che se ne va a Repubblica ha chiesto di mantenere gli stessi privilegi. Tanto che il quotidiano di Mauro sarà costretto a pagare due firme che hanno il vezzo di abitare nella Ville Lumière.

I due sfortunati sono lei e Francesco Merlo, un altro della confraternita del giornalismo blasè e annoiato, che non sopporta l’odore delle redazioni e di questo giornalismo sempre più derelitto. Ecco cosa infatti pensa Barbara Spinelli del mestiere: «Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katechon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi». Questa prosa così liturgica ha fatto dire ai suoi nemici, e a qualche amico, che il modo migliore per nascondere una notizia è piazzarla alla fine di un pezzo della Spinelli. Cattiverie. Come se davvero nessuno riuscisse ad arrivare alla settima riga dei suoi pezzi. È noto che la maggior parte sopravvive almeno fino alla ventesima. Il resto è mangime per i posteri.

La signora che vive a Parigi, con la casa pagata, e un contratto da diva, ogni tanto sparge lacrime aristocratiche per gli immigrati e i precari. Ma in fondo al suo cuore deve essere convinta che se uno è povero o arricchito qualche colpa nella sua stirpe ce l’ha. D’altra parte il suo compagno è l’ex ministro Tommaso Padoa Schioppa, quello dei «bamboccioni». La rivoluzionaria antiberlusconiana vede il mondo come Maria Antonietta e anche lei a chi non mangia probabilmente consiglierebbe brioche.

Perché per lei il mondo non si divide in destra o sinistra, ricchi e poveri, guelfi e ghibellini, ma solo in berlusconiani e antiberlusconiani. I primi sono la deriva, la distruzione, il male, il demonio, i secondi sono la salvezza. Se toccasse a lei dividere i vivi e i morti saremmo fregati. Non risparmia nessuno. Perfino al povero Bersani ha rimproverato di essere vittima della sindrome di Stoccolma, a suo dire è troppo buono con il maligno. Capite che per una così il suo direttore alla Stampa è già condannato in partenza. Si porta dietro le colpe dei padri. Ci toccherà, quindi, non leggerla su Repubblica, dove elaborerà piani con il signor D’Avanzo e insieme grideranno contro l’orda di mascalzoni che circonda la cittadella di Dio. Si chiameranno ogni giorno sulla linea Parigi-Roma e al grido di «regime, regime» si sentiranno gli ultimi eroi di un giornalismo putrefatto. E la combriccola di Travaglio li benedirà: nostra signora dell’apocalisse.