Sinistra senza idee

Francesco Rutelli riempie con le sue risposte un’intera pagina di Repubblica e il succo del messaggio è espresso in un titolo che dice: “Vinciamo il referendum, poi tagliamo i parlamentari”. L’unico argomento che viene offerto è quello del numero dei deputati e dei senatori. Anni di sdegno contro lo slogan “Roma ladrona” – Roma intesa come sede delle istituzioni statali e della burocrazia – svaniscono d’incanto. La campagna per il “no” del vice premier, che è anche il leader dei moderati dell’Unione, si riduce all’eterna battuta da bar, da sempre simbolo dell’antipolitica. Anzi, si aggiunge che, se dovesse decidere la sinistra, il Parlamento diventerebbe un’assemblea rarefatta, semivuota. È un episodio clamoroso di inseguimento di una delle scelte compiute dalla Casa delle libertà nell’ampia riforma costituzionale su cui si deve votare domenica e lunedì.
Passano poche ore e Vincenzo Visco afferma in modo categorico che “il governo non intende inasprire il prelievo tributario” e che “anzi il nostro obiettivo è ridurlo”. Una vera sorpresa. La polemica più cara alla sinistra è stata quella sulle tasse, sulla demagogia di chi – naturalmente Berlusconi – pensa che sia giusto ed utile abbassarle. Veniamo da una lunga stagione di proclami con cui si annunciava la necessità morale di colpire le rendite finanziarie, nel nome della giustizia sociale e della solidarietà, quando non dell’adeguamento ai parametri europei in materia di fisco. Ora è tutto dimenticato. Perfino il deciso vice-ministro dell’Economia si mette ad inseguire un’altra delle scelte più importanti della Casa delle libertà, nei suoi cinque anni di governo.
Poche ore ancora e questa volta è Romano Prodi in persona a dire a Loyola De Palacio, giunta a Roma per capire se il “corridoio 5” dell’Alta velocità si realizzerà o no, che il suo governo considera “l’opera come una priorità”, se non altro per non rinunciare agli ingenti finanziamenti comunitari previsti tra il 2007 e il 2013. Anche in questo caso si era detto e ripetuto che erano possibili altre soluzioni, che la Casa delle libertà era responsabile della rivolta della Val di Susa, che l’europeismo non c’entra nulla con i treni e, invece, giunti al dunque si afferma – lo fa anche Di Pietro – che si vuole andare avanti.
Non siamo ingenui. Tutto questo non significa affatto che se al referendum prevarranno i “no” si aprirà la strada per una riforma bipartisan, che preveda anche la riduzione del numero dei parlamentari a cui Rutelli ora tiene tanto. Oppure che, con la manovra correttiva e con la finanziaria del 2007, l’Unione non aumenterà la pressione tributaria per prelevare risorse in alcune zone della società e distribuirle in altre. E neppure che il 4 luglio prossimo – ne ha parlato Di Pietro – sarà presa una decisione destinata ad “accorciare i tempi” della Tav. Tutto questo significa un’altra cosa. Significa che la sinistra è andata al governo dichiarando di voler cambiare tutto, di voler abrogare i cinque anni trascorsi, ma che però non ha idee, non ha un’alternativa e, quando dice di averla, non si capisce bene di cosa si tratta o, se si capisce, esplodono solo conflitti fra gli alleati. Significa poi che la sinistra non ha una sua cultura, visto che è costretta sempre più ad attingere a quella che ha definito la “non cultura” del centro-destra. Significa, infine, che ha una politica debole e questo è un fattore di pericolo per la stabilità italiana. Già lo vediamo con gli ampi spazi lasciati alle incursioni dei “poteri supplenti”, a cominciare dalle Procure.