La sinistra: "Via le truppe". E Prodi frena

Dopo il nuovo attentato, l’ala radicale torna a invocare il ritiro dall’Afghanistan. Il premier: "La missione non si discute". Agli attacchi di Prc, Pdci e Verdi replica il ministro Parisi: "Guai a
lasciare il Paese ai terroristi". E Bertinotti: "Serve una riflessione
strategica"

da Roma

Romano Prodi e Arturo Parisi provano a calmare gli animi. Ma la sinistra radicale insorge: bisogna cambiare strategia, ritirarsi dall’Afghanistan. È proprio la presa di posizione del presidente del Consiglio, forse, ad accendere gli animi: «Non si mette in discussione la nostra presenza nelle missioni di pace all’estero». E subito dopo spiega: «Stamattina mi sono proprio addolorato sia per la morte di una persona, ma anche per il fatto che questo episodio sia avvenuto in un momento di celebrazione, quando veniva consegnato alla città un ponte che serviva alla popolazione, quindi nel momento di espressione più pacifica e generosa dell’azione italiana. Certamente - conclude Prodi - valuteremo gli aspetti di questa vicenda, perché è un fatto abbastanza raro, in Afghanistan, avere kamikaze». E anche il ministro della difesa Parisi si attesta sulla stessa lunghezza d’onda: «Guai - esclama ai microfoni del Tg3 - se lasciassimo gli afghani alla mercé delle aggressioni». Prende tempo, Fausto Bertinotti: «Serve una riflessione strategica ma quando siamo investiti da tragedie simili bisogna evitare di mescolare la tragedia con la riflessione politica».
Ma dopo di loro è un profluvio di distinguo da parte degli alleati: «Il cordoglio alla famiglia è il primo nostro pensiero per questa ennesima vittima di una missione sempre meno umanitaria e di pace - scrive in una nota il segretario del Pdci Oliviero Diliberto - vorrei che qualcuno mi spiegasse però perché noi continuiamo a stare in Afghanistan». E Manuela Palermi, capogruppo Pdci in Senato, interviene per dargli manforte: «Diliberto ha ragione: quanto dovremo aspettare ancora prima che si metta fine ad una sporca guerra che provoca solo lutti e barbarie?». Anche i Verdi vogliono rivedere la strategia del nostro esercito: «Sono ormai tantissime le vittime tra civili e soldati, in Afghanistan. Occorre urgentemente - osserva il ministro Alfonso Pecoraro Scanio, leader del Sole che ride - un’azione in grado di garantire finalmente una vera pace». E Rifondazione, visto che Bertinotti è vincolato dal suo mandato non è da meno. La prima dichiarazione è quella di Elettra Deiana, la deputata del Prc che segue gli Esteri: «La missione in Afghanistan - accusa - si è lentamente trasformata». «Negli ultimi mesi avevamo registrato un’escalation degli attacchi alle truppe italiane - spiega la vicepresidente della commissione Difesa della Camera - il progressivo coinvolgimento dei nostri militari in azioni di guerra, a sostegno della missione Nato, ha cambiato la natura della nostra partecipazione alla missione Isaf». Il segretario del partito Franco Giordano, è formalmente più cauto, ma non meno chiaro: «Non è il momento delle divisioni, anche se la posizione di Rifondazione sulla missione in Afghanistan è nota». Ovvero: adesso è il tempo del cordoglio in omaggio alle vittime, domani bisogna pensare al ritiro. Uno spartito che pare adottato, in carta velina, Titti di Salvo e Cesare Salvi, i due capigruppo della Sinistra democratica alla Camera e al Senato. ««Oggi è il giorno del dolore e del cordoglio. Da domani la comunità internazionale si attivi per individuare le strategie politiche più efficaci. L’Italia lavori per questo».
Ancora più netto un altro Verde, Paolo Cento, che è anche sottosegretario all’Economia: «Il ritiro del contingente militare italiano dall’Afghanistan era e rimane un obiettivo che continuiamo a perseguire come unica soluzione per aprire la stagione del dialogo e della pace, anche attraverso la convocazione di una Conferenza internazionale». Non ha dubbi Cento: «La nuova tragedia che uccide un nostro connazionale e bambini innocenti ci riempie di dolore e ripropone ancora una volta la necessità di riaprire una seria riflessione sulla presenza italiana in Afghanistan». Insomma: la «Cosa rossa» si sente già fuori dall’Afghanistan.