Sinistra unita solo contro la Chiesa

La sinistra di governo continua a litigare, e lo fa su tutto, ha ripreso a farlo sull’Afghanistan, continua a farlo sulle pensioni, sul tesoretto, si corre ai materassi per la legge elettorale e il referendum, e sono i casi più visibili. Ma qualcosa di nuovo c’è, c’è un punto sul quale la sinistra, o la parte più numerosa e più rumorosa di essa ha trovato una sua unità, ed è la polemica contro le «ingerenze» della Chiesa sulla famiglia, tema che d’altra parte si riconosce come facente parte del suo magistero. E nascono nuovi leader partoriti più che dalla politica da quel mondo o sottobosco dello spettacolo, cantanti, comici, conduttori, che all’occorrenza si mutano in guide e caporioni coi quali gli stessi politici debbono fare i conti.
Il teatro dello scandalo è stato quel concertone del Primo Maggio che ha sostituito nei riti sindacali i comizi di una volta nei quali ci si riuniva per discutere delle condizioni dei lavoratori. Si è trovato da tempo più redditizio al fine di radunare folle plaudenti invitare il popolo ad assistere gratis alla esibizione di tanti divi della canzone, comici e simili. Non varrebbe la pena soffermarsi sulla esibizione di quel Rivera del quale chi scrive ha ignorato e ignora i meriti pregressi se nei giorni successivi egli non avesse trovato spazio in interviste sui quotidiani più diffusi, trasformandosi in opinion leader dalle ambizioni smisurate.
È avvenuto per esempio che i radicali di Pannella, i quali avevano già in programma per il 12 maggio la giornata dell’«orgoglio laico» in piazza Navona hanno deciso di convocare prima in piazza San Pietro una manifestazione avente come motti il vecchio «Vatican taliban», e il nuovissimo «siamo tutti Rivera». Fin qui è solo folklore, eccessi spettacolari. Hanno fatto impressione, certo, le bordate polemiche di un comico contro il Papa e la Chiesa, e i fischi e gli schiamazzi risuonati sotto le mura della basilica di San Giovanni, sede del Vescovo di Roma. E non hanno convinto le scuse dei sindacalisti organizzatori del concertone, avvertiti degli orientamenti del conduttore, e della verve polemica coi quali è solito esprimerli.
C’è però qualcosa di più, si ha l’impressione che una sinistra di governo in difficoltà abbia trovato, almeno nella sua parte più consistente, e chiassosa, un momento di unità nella resurrezione di un anticlericalismo di vecchio stampo che in verità non ha precedenti nella storia della Repubblica. Gli argomenti sul tappeto, i Dico, i matrimoni fra omosessuali e il resto non spiegano atteggiamenti che rivelano un malanimo nuovo. E le stesse accuse di ingerenza mosse alla Chiesa appaiono ingiustificate dal momento che nessuno nega, in teoria, il diritto delle gerarchie di parlare, di dire la loro su materie che riguardano il loro magistero. In una parte della Chiesa si fa strada il timore che si voglia imporre un silenzio coperto da frastuoni che l’attuale sistema mediatico rende soverchianti.
C’è insomma un incattivirsi del clima che rende difficile il dialogo e persino la riflessione. E ci sono segnali che si cerca di non sopravvalutare, ma che pure restano a testimoniare che qualcosa non va. Non tutto quello che succede è uguale, le scritte contro Bagnasco, le lettere con pallottole incorporate, sono cosa diversa dalle stesse manifestazioni sbracate dei giorni scorsi. Eppure colpisce che su giornali moderati e cattolici, e sul giornale della Margherita, appaiano in vista del «Family day» di sabato voci preoccupate, inviti a ripensare alla saggezza del programma. E voci preoccupate vengono dalla periferia, giacché il raduno, concepito come un viaggio a Roma di famigliole guidate dal parroco, si svolge in condizioni diverse, e in un clima esasperato che non era nei programmi iniziali. In Italia ognuno ha il diritto di manifestare la sua presenza e le sue idee, sarà così anche sabato, c’è tempo dunque per abbassare i toni, da ogni parte.
a.gismondi@tin.it