La sinistra vuol dimettere il governatore

Ds e Margherita sparano su Bankitalia, ma quando a criticare era Tremonti lo accusavano di delegittimare l’istituzione

Antonio Signorini

da Roma

Il Governatore della Banca d’Italia «smentisca di avere pronunciato le espressioni che gli vengono attribuite. Se non fosse in condizione di farlo, perché ha effettivamente compiuto quegli atti tanto impegnativi e gravi, credo debba lasciare il suo incarico immediatamente». Il leader della Margherita Francesco Rutelli è tornato a formulare quella che secondo lui è l’unica alternativa che Antonio Fazio ha di fronte. «È vero o non è vero - ha aggiunto - che il governatore anziché essere neutrale come un arbitro si è schierato gravemente nella vicenda Antonveneta?». La critiche di Rutelli a Fazio non sono una novità, mentre i Ds sono arrivati solo martedì a chiedere le dimissioni del governatore.
Una decisione sofferta per il principale partito della sinistra, costretto infrangere una tradizione di buoni rapporti che alcuni fanno risalire al Pci di Palmiro Togliatti ma che altri - più cattivi - interpretano alla luce dei frequenti rapporti tra il Botteghino e i banchieri per via delle vantaggiose ristrutturazioni dei debiti oppure alla necessità di appoggiare Unipol nella scalata alla Bnl.
Se, infatti, i rapporti con Fazio negli ultimissimi tempi sono stati tiepidi, basta far arretrare di poco le lancette dell’orologio per trovare un passato fatto di apprezzamenti e sostegno. Una difesa politica che non è venuta meno nemmeno in uno dei periodi più difficili per la Banca d’Italia: quello immediatamente successivo ai crac Cirio, Parmalat e al default delle obbligazioni argentine. Lo stesso coordinatore della segreteria ds Vannino Chiti che martedì ha, di fatto, chiesto le dimissioni di Fazio, quando nel 2004 iniziò il duello tra il governatore e l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, precisò che per il centrosinistra non c’era nessun caso Fazio. Le questioni sollevate dall’attuale vicepremier sul risparmio tradito furono bollate dal segretario Piero Fassino come «una polemica inutile e inopportuna» contro il governatore. «Chi attacca Fazio lo fa per attaccare Bankitalia, perché oggi Fazio è Bankitalia», spiegò Fassino. A far pendere la bilancia a favore di palazzo Koch, furono le pressioni dei «fazisti doc» che non mancano nei Ds. Ad esempio Vincenzo Visco che negli ultimi tempi si è distinto per non aver rilasciato dichiarazioni sulle indagini a parte una frase garantista, seminascosta dentro un’intervista («aspettiamo a giudicare, però mi viene da sorridere quando vedo tra gli indagati una persona integerrima come il capo della vigilanza Frasca»). I rapporti Fazio-Ds, non sono sempre stati buoni. Nell’ultimo anno, ad esempio, in coincidenza con la ritrovata sintonia tra il governo e Bankitalia, la Quercia si è un po’ allontanata da palazzo Kock. Ma i rapporti si sono rinsaldati subito, in coincidenza con la scalata a Bnl a opera di Unipol. E anche in questo caso la decisione di non affondare la lama sul governatore in difficoltà è stata dura. Il prezzo per l’ingresso della compagnia di famiglia nel salotto buono della finanza sono state le critiche e le insinuazioni degli alleati della coalizione oltre che di Confindustria. Per il resto le cronache sono dense di complimenti al governatore firmati dai vertici dei Ds. In particolare in occasione delle tradizionali considerazioni finali, come quelle del 2004 che segnarono un feeling rafforzato tra sinistra e via Nazionale. Un’intesa che non è stata incrinata dalle posizioni di chi - Pierlugi Bersani, Enrico Morando o il responsabile Sud Roberto Barbieri - nelle settimane scorse ha attaccato Bankitalia. Anzi, l’ultimo, per aver chiesto le dimissioni di Fazio è stato convocato dal segretario Fassino per un «incontro chiarificatore». La svolta non era ancora matura e di Fazio nei Ds non si poteva ancora parlare male.