La sinistra zoppa che penalizza ceto medio e Stato

Margherita Boniver*

Queste elezioni hanno segnato una svolta nella storia del Paese. Doveva finire Berlusconi, e invece è finito il prodismo. Il Professore sperava di travolgere il centrodestra con un fiume di consensi, arrivare trionfante a Palazzo Chigi e mettere il suggello a un sistema di potere destinato a durare decenni. Un vero e proprio regime: comuni, province e regioni per la maggior parte nelle mani della sinistra. E infine il Parlamento e il Governo.
Era per questo, in fondo, che aveva chiesto i voti. Il presidente Berlusconi ha giustamente sottolineato che Prodi era ed è in mano alla sinistra. Ma per certi versi è anche il contrario. Prodi, insieme al sistema di poteri e di interessi che lui rappresenta, si serve di una sinistra incapace di esprimere una leadership autorevole e in grado di confrontarsi con il leader del centrodestra. È una sinistra zoppa, quella italiana. Una sinistra che deve mettere a tacere i riformisti per inseguire Bertinotti e che deve tenere insieme Bonino e Mastella, Capezzone e Diliberto. È una compagine ideale per bloccare il sistema, indebolire la politica e consentire a grandi industrie e grandi banche, con il sostegno dei grandi giornali, di scaricare i costi della globalizzazione, dell’integrazione europea e della concorrenza sulla piccola impresa sul ceto medio e sul bilancio dello Stato. È lo schieramento politico ideale per nascondere l’inevitabile ridimensionamento internazionale dell’Italia dietro la cortina fumogena del pacifismo buonista, antiamericano e antiisraeliano.
Ma l’Italia ha risposto di no. Il responso al Nord è stato inequivocabile: il popolo delle piccole e medie imprese, operai e imprenditori, ha detto a nannimorettiani e girotondini, che si apprestavano a invadere le strade per dar sfogo al loro rancore antiberlusconiano, di tenere le bottiglie di spumante in frigo, di stare buoni, perché non gli avrebbero lasciato il Paese nelle mani. Ma anche dal centro-sud sono arrivare risposte positive, basti pensare ai risultati siciliani e al recupero nel Lazio e soprattutto in Puglia.
Ancora una volta, Berlusconi ha avuto ragione. S’è battuto come un leone, e ha vinto. Ha fatto piazza pulita della rassegnazione, non priva di qualche compiacimento, che allignava nella Casa delle libertà. Ha ridato fiducia agli elettori e in poco più di dieci giorni ha fatto risuscitare il «popolo del ’94», quello che impedì, contro ogni pronostico, che la transizione del sistema politico dopo la sbornia giustizialista si risolvesse nell’egemonia della sinistra «macchina da guerra».
Il controllo delle schede contestate è ancora in corso. Una verifica rigorosa è necessaria visto l’incredibile scarto dello zero-virgola-zero qualcosa. Ma il punto è un altro. L’Italia ha detto no a Prodi. Per questo Berlusconi ha proposto una via d’uscita, la “grande coalizione” - una soluzione transitoria per evitare una nuova fase di instabilità, che impedirebbe al Paese di affrontare le grandi sfide sia di politica interna sia di politica estera (pensiamo solo, per un fare esempio, ai recenti sviluppi della questione iraniana e all’inevitabile coinvolgimento dell’Italia). Prodi ha rifiutato sdegnosamente la proposta, trovando immediata comprensione in Bertinotti. E sarà l’asse con Rifondazione comunista quello su cui si cercherà di costruire la politica del nuovo governo.
Date le premesse, non mi pare che ci si possa aspettare nulla di buono dalla coalizione di centrosinistra, qualora questa dovesse andare al governo. Laddove Prodi riuscisse ad avere l’incarico e la fiducia, il centrodestra dovrà sviluppare una politica d’opposizione coerente e rigorosa, nell’interesse del Paese. Oggi meno che mai possiamo permetterci un esecutivo incapace di decidere, traballante su tutto e probabilmente destinato a breve vita.
*Sottosegretario Affari Esteri