La sinistra

Il modello del vero uomo di Stato è Carlo Azeglio Ciampi, non quello offerto dall'industriale brianzolo Silvio Berlusconi. Questo è il succo di un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica di domenica: importante, com’è stato notato, non per le argomentazioni, anche se Scalfari tenta di essere meno propagandistico del solito riconoscendo persino qualche virtù al leader del centrodestra. Ma perché, contrapponendo alle scelte più o meno discutibili di un capo di governo quelle di un notaio delle regole, com'è l'inquilino del Quirinale quando si comporta come l’ottimo Ciampi e non come il re dell'intrigo Oscar Luigi Scalfaro, svela la filosofia fondante del centrosinistra: lo Stato siamo noi. La politica non è più scelta tra diversi obiettivi, è pura applicazione delle regole; la linea del centrodestra non è criticabile, è «contro le regole». La lotta è tra diritto e sopruso. Tra Stato e anti-Stato. C'è tanto dossettismo in questa cultura: l'idea che la Costituzione non sia un quadro di riferimento di regole e valori, ma «un programma d'applicare» e chi non si attiene alla lettera a questo «programma» (la cui interpretazione è affidata a una ristretta cerchia di devoti) è anticostituzionale. C'è la cultura giustizialista del decennio per cui la legge non è espressione della sovranità popolare, ma frutto degli operatori del diritto. E chi contesta questa posizione è contro il diritto.
Da questa impostazione sostanzialmente totalitaria (chi è contro di noi è fuori dal contesto civile) nascono, poi, tante scelte concrete. Si consideri la Sicilia: scegliere per governare questa Regione una persona che ha come unico titolo d'impegno pubblico il suo essere simbolo della lotta antimafia, com'è Rita Borsellino, è scelta che rappresenta senza dubbio anche rigore e denuncia morale. Ma tende innanzi tutto a configurare la lotta politica regionale come scontro tra mafia e antimafia, tra sistema e antisistema: il che non solo impoverisce il dibattito politico ma anche di fatto indebolisce la stessa lotta antimafia che come ci hanno spiegato proprio Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è autonoma dalla lotta politica, anche perché più alta della lotta politica, più direttamente fondata sull'etica.
Ma se quella di Rita Borsellino è almeno una testimonianza di una persona coraggiosa, inconsistente sul piano politico ma esemplare sul piano morale, le discese in campo di tanti altri «servitori dello Stato» propiziate dalla sinistra sono anche eticamente non convincenti. Moralmente ambigui appaiono quei magistrati e prefetti che non interpongono un intervallo di tempo e di spazio rispetto al loro impegno pubblico precedente. Il giorno prima si presentavano come espressione unitaria dello Stato, il giorno dopo eccoli qua nella nuova veste di candidati di parte: così è successo con Felice Casson a Venezia, Michele Emiliano a Bari e avviene in questi giorni con il prefetto Bruno Ferrante a Milano. Queste scelte rivelano tutta l'arroganza di una sinistra che si sente padrona dello Stato. E inducono alla perplessità larghi settori di una società civile già non sempre entusiasta di come funziona il nostro Stato. Gettando anche un'ombra inevitabile su chi si presta a queste operazioni: come ci si può trattenere dal pensare che questo o quell'atto dei neo candidati, già «servitori pubblici», teoricamente neutri rispetto a interessi politici, non siano stati in realtà progettati per favorire la parte di chi oggi li ospita?
Peraltro sono scelte che spesso non pagano elettoralmente: le città fiere di sé ben difficilmente accettano una qualche sorta di commissariamento.