Il «sinistrato» partito democratico

Francesco Damato

I dirigenti dei Ds, già infastiditi per il cacio sui maccheroni del centrodestra che Oliviero Diliberto, secondo la sconsolata ammissione di Eugenio Scalfari, ha sparso con la storia delle mani di Bush e Berlusconi «grondanti di sangue», hanno respinto più o meno indignati l’invito del loro ingombrante alleato a rinunciare al progetto del «Partito democratico». Che dovrebbe fondere nella prossima legislatura post-comunisti, post-democristiani di sinistra, post-radicali ed ecologisti alla Rutelli, post-liberali alla Zanone, post-repubblicani alla Sbarbati, post-socialisti alla Spini e quant’altri. Più naturale e ragionevole sarebbe, secondo Diliberto, la ricomposizione della diaspora comunista prodotta da quei banali incidenti che l’ex ministro della Giustizia dell’Ulivo considera evidentemente la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell'Unione Sovietica.
Credo che sia stato troppo frettoloso, o umorale, il no opposto da Piero Fassino e Massimo D’Alema al loro ex compagno di partito, che il nostro Massimo Teodori ha felicemente definito «archeologo del comunismo». Per quante liste unitarie siano riusciti a presentare alla Camera, ma non al Senato, Ds e Margherita hanno accumulato nella selezione e nella collocazione delle candidature al Parlamento della quindicesima legislatura repubblicana dispetti e veleni che sarà difficile smaltire dopo le elezioni, specie se mancherà il successo dell’Unione prodiana. Ma anche in caso di vittoria basterà un risultato dei due partiti inferiore alle loro aspettative ed esigenze interne per peggiorarne i rapporti.
In particolare, se i Ds si confermeranno troppo più forti della Margherita aumenterà in quest’ultima la paura di risultare schiacciata in un nuovo partito necessariamente egemonizzato dai post-comunisti. Se saranno invece questi ultimi a uscire ridimensionati dalle urne, avendo dovuto aggiungere alle vecchie concorrenze della sinistra antagonista e dichiaratamente comunista anche quella riformista della federazione radical-socialista della Rosa nel pugno, si riaccenderanno fra gli eredi del Pci vecchie tensioni e ne scoppieranno di nuove. La crisi d’identità sarà spasmodica.
Un sostanziale annuncio dell’aborto del «Partito democratico» si trova del resto in un libro appena scritto e pubblicato da Claudio Rinaldi, l’insospettabile ex direttore di Panorama prima e dell’Espresso poi, che di quel progetto è stato in questi anni un convinto sostenitore. Lo stesso titolo del libro - «I sinistrati» - esprime chiaramente le cattive condizioni di salute, diciamo così, dell’embrione della formazione politica concepita all’ombra dell’Ulivo.
Con una onestà intellettuale che gli fa onore, considerando le sue dichiarate simpatie e scelte elettorali per il Pci e per le sue successive edizioni, Rinaldi ha visto e indicato nei vizi e nelle tentazioni egemoniche del gruppo dirigente della maggiore formazione della sinistra, rimasto peraltro uguale pur nella successione di nomi, sigle e simboli registrata in quindici anni, gli scogli contro i quali è destinato a infrangersi il progetto del nuovo partito. Appartiene alla pratica dell’egemonismo, secondo Rinaldi, anche la furbizia con la quale i Ds, rinunciando a misurarsi democraticamente con un loro candidato nelle famose elezioni primarie del 16 ottobre, si sono incollati a Romano Prodi. Il quale ha ricambiato correndo alla loro prima manifestazione pubblica per chiamarli «compagni».