UN SINISTRO MODELLO DI (SOTTO)SVILUPPO

(...) ampiamente annunciata. A innescare il rosso del fuoco dell’altra sera è stato spesso il rosso al governo della Liguria da sempre. Parlano gli atti. Parlano le votazioni in Regione. Parlano le denunce di Giorgio Bornacin e di Gianni Plinio nel 1995 e nel 1999 rimaste inascoltate da una sinistra che nemmeno la riverniciatura di verde (sfumatura sole che ride) ha reso sensibile al tema di una raffineria piazzata nel bel mezzo di un paese. Per di più di un paese molto abitato, bello e architettonicamente significativo come Casella.
Niente. Come non detto. La raffineria doveva stare lì. La parola «delocalizzazione» - giustamente sostenuta anche da Legambiente, organizzazione che tanto vicina a Plinio e Bornacin non è - nemmeno si doveva sapere cosa significa. E così, di bocciatura in bocciatura, di scrollatina di spalle in scrollatina di spalle, si è arrivati all’inferno dell’altra notte. Inferno di paura, più che inferno reale, è vero. Ma sarebbero bastati quaranta metri e sarebbe stato inferno vero.
Qui, il problema non è la Iplom, non solo la Iplom. Anzi, l’azienda di Busalla - nostante alcuni incidenti verrebbe da dire quasi fisiologici quando c’è in ballo una raffineria - è sempre stata all’avanguardia sulle tematiche relative alla sicurezza e non è un caso se a Busalla c’è chi la difende ancor oggi con le lacrime agli occhi. La Iplom per quell’area è lavoro, è vita, è indotto, è benessere. Il problema è la Iplom - ma qualsiasi altra raffineria o azienda petrolifera - in mezzo a un paese a pochi metri dalle case.
Il problema è un modello di sviluppo che non tiene conto della sicurezza, della qualità della vita, della società che cambia e che si lascia alle spalle la rivoluzione industriale e il fordismo, andando alla ricerca di uno sviluppo sostenibile. Tutte parole che dovrebbero essere le parole d’ordine della sinistra. E che, spesso, lo sono. Ma che sono parole vuote di fronte ai voti dati in Regione per non spostare la raffineria o al modello di sviluppo scelto dalla sinistra per Cornigliano, dove si è sì finalmente spento l’altoforno, ma si è contemporaneamente spento il sogno di un’altra Cornigliano, di un’altra Genova, di un’altra economia senza acciaio.