Siot lancia l'allarme: «Chirurgia a rischio con la legge attuale»

Eccellenza italiana, con numerose punte di diamante e qualche punto nevralgico. Così spieghiamo cosa succede a Siot, Società italiana di ortopedia e traumatologia, presieduta dal professor Marco D'Imporzano. Realtà che, per competenze diagnostiche e terapeutiche, è definita dall'Organizzazione mondiale della sanità come una tra le migliori al mondo. Eppure - parola del presidente - c'è un disagio che rischia di scoraggiare le nuove leve e indebolire la sua efficienza. «È diventato estremamente difficile per l'ortopedico - ci spiega D'Imporzano - reperire sul mercato assicurativo una polizza che copra in maniera sicura il rischio connesso all'attività chirurgica». In altre parole, cioè, le compagnie tendono a non assicurare, le polizze sono dispendiose e vengono disdettate alla semplice segnalazione dell'incidente che può verificarsi in un intervento chirurgico.
Il boom dei costi è stato del 150%. I dati dell'Associazione nazionale imprese assicuratrici (Ania) relativi al 2011 e 2012 sono «sconcertanti», secondo la stessa Ania: «Nell'ultimo anno gli aumenti hanno comportato un esborso di oltre 500 milioni di euro per i medici. Si assiste, inoltre, a un continuo aumento di denunce per presunta “malpractice” anche di carattere penale. Che ci pone ben al di sopra della media europea, per un totale di 40mila contenziosi nello stesso arco di tempo». Per le assicurazioni non esistono obblighi e le polizze arrivano a costare 15mila euro l'anno e ottenerle può rivelarsi una vera odissea. Si viene a creare così un disincentivo fortissimo a svolgere proprio gli interventi più complicati, quelli in cui le probabilità di non riuscire sono maggiori: un appiattimento dell'attività ortopedica, che inizia a eseguire di buon grado solo operazioni di routine, rischiando di lasciare orfani i casi più critici.
«Questa situazione, che non tocca la sensibilità sociale delle istituzioni, condanna la chirurgia italiana (e non solo quella ortopedica) alla progressiva astensione dei giovani. Anche in Italia - prosegue D'Imporzano - si arriverà al fenomeno della chirurgia in mano non più a chirurghi italiani, ma a laureati provenienti da Paesi lontani». Una professione, quella del medico, che spesso impone l'equilibrio tra la vita e la morte, tra la disperazione e la rinascita di un essere umano: ma fino a qual punto la legge spaventa il professionista? Dove cominciano e dove finiscono le responsabilità di un medico, quando le cose finiscono male anche se non sono stati commessi errori macroscopici?
«Il chirurgo - risponde il presidente di Siot - è sempre denunciato per l'evento avverso e deve dimostrare la sua estraneità a quello che organizzazioni pseudo medicolegali ormai strombazzano sulla stampa e in siti Internet “essere sempre colpa medica”».
Va a finire tutto nel calderone della cosiddetta «malasanità», insomma, con richieste di risarcimenti la cui media oscilla tra i 25mila e i 40mila euro. È in questo che si traduce spesso la colpa chirurgica, anche se poi «la stragrande maggioranza dei procedimenti finisce in un nulla di fatto».
Il grido di allarme sulle assicurazioni, che parte dalla chirurgia ortopedica ma non si limita a questa specialità, si allarga alle nuove tecnologie, che potrebbero risentire pesantemente della riduzione di cultori e tecnici.
È possibile che la legge venga incontro quanto meno al problema del rischio clinico? E come? «Il legislatore, in realtà, ha già provveduto a metter a punto una nuova legge (Schema di Testo Unificato n. 50 e altri, che reca il titolo “Nuove norme in materia di responsabilità professionale del personale sanitario”) a cui sia la Società italiana di ortopedia e traumatologia, sia il Collegio italiano dei chirurghi che io - ricorda D'Imporzano - presiedo da circa un anno, hanno dato cenni di plauso. Purtroppo, il provvedimento è fermo nel suo iter anche se risolverebbe quasi totalmente il problema».