Sipario su un fumettone francese

da Berlino

Polpettone estetizzante, Angel di François Ozon ha chiuso la rassegna e il concorso della Berlinale. Tratto da un racconto degli anni Cinquanta di Elizabeth Taylor (la scrittrice, non l'attrice inglese), il film è una sintesi delle varie stucchevolezze disseminate nei film di Ozon. Che ha detto, presentandolo: «Mi sono subito innamorato della storia, ma ci sono voluti cinque anni per adattarla».
In un paesino inglese ai primi del '900 vive una giovane scolara (Romola Garai) con un gran talento di scrittrice e con il sogno di diventare ricca e famosa. I suoi racconti sono specchio del suo mondo romantico. Ne invia uno a un editore londinese (Sam Neill), che, entusiasta, lo pubblica. L'arroganza della ragazza le vale il disprezzo della moglie dell'editore (Charlotte Rampling), ma causa i loro legami sono destinati a stringersi per il successo che quel racconto e i seguenti avranno nel mondo.
Il denaro scorre a fiumi. Lei si chiude in una villa vittoriana e sposa un pittore impressionista fallito, ma bello (Michael Fassbender). «Il suo stile - mi dice Ozon - si contrappone a quello kitsch, da pittura preraffaellita, personificato dalla moglie. La metafora dell'eterna lotta tra la sfera emotiva e il bello superficiale». Ma, con la guerra del 1914, il sogno finisce: la scrittrice viene lasciata, dopo che lui ha avuto un figlio da un'altra. Che torna mutilato di guerra e si uccide. Col dolore, svaniscono ispirazione e successo, fino all'epilogo da melodramma: lei muore di crepacuore nella sua torre d'avorio. Il film è adatto a chi ama l'arte; gli altri si astengano.