Sipario sul vertice: un’agenda di 10 punti per nascondere il flop

Il premier innervosito con il leader Dl per il pressing sulle pensioni Lite sul manifesto conclusivo: alla fine viene annacquato. Riformisti sconfitti. Boselli: «Manca coraggio e si sceglie di rinviare tutto»

nostro inviato a Caserta
«Abbiamo seriamente rischiato che la nave andasse a finire contro gli scogli», confida a sera uno dei principali timonieri del vertice di Caserta.
Se la prima giornata è stata segnata dal blitz radiofonico di Marco Pannella e dalla riapertura dello scontro tra «riformisti» e «radicali», animato da Margherita e Rosa nel pugno più Giuliano Amato; la giornata conclusiva è stata lì lì per finire ancora peggio. Già dal primo mattino l’umore di Prodi non era dei migliori: irritato con Rutelli per il pressing su «fase due» e pensioni (dopo che il premier era riuscito a riaddomesticare i ds di Fassino) e per la richiesta di una «cabina di regia» sulle liberalizzazioni che di fatto suonava come un commissariamento del ministro Bersani. «Non solo comunichiamo male - aveva denunciato nel vertice il leader dl - ma non sappiamo costruire il consenso. Berlusconi è arrivato alla campagna elettorale con una crisi grave di consenso, ma si è rimesso a far politica mettendoci in difficoltà e ha recuperato al punto da farci quasi perdere le elezioni. Dobbiamo riuscire anche noi a ributtare la palla nel campo avversario». I fischi dei disoccupati e gli insulti degli automobilisti casertani paralizzati dal conclave della Reggia («Andatevene a casa!», «Buffoni») non avevano risollevato il morale del premier, già scontento per i titoli dei giornali che lo dipingevano come frenatore sulle riforme. Chiuso il giro di tavolo di dibattito politico, ieri mattina toccava trovare la sintesi finale che doveva rappresentare, secondo Prodi, il «Manifesto di Caserta». Il testo di sei pagine presentato ai ministri ha fatto però scoppiare la bagarre. «Troppo lungo», ha lamentato Padoa-Schioppa. «Se ci si mette tutto mettiamoci anche i Pacs», ha chiesto la Pollastrini. «Il termine manifesto mi pare davvero troppo impegnativo», ha ironizzato Gentiloni. Finchè Mastella ha perso la pazienza: «Così non andiamo da nessuna parte, rinunciamo ai manifesti e lasciamo a Prodi il compito di fare una sintesi in conferenza stampa». Appuntamento che è slittato di un paio d’ore rispetto agli annunci di Palazzo Chigi. A quel punto è intervenuto il vicepremier Rutelli: questo testo non va, è stato il suo ragionamento, ma abbiamo annunciato che di qui sarebbe uscita «l’agenda del 2007» e non possiamo venirne fuori senza uno straccio di conclusioni che spieghino cosa vogliamo fare. Possibilmente in modo chiaro e sintetico. Insieme al sottosegretario alla presidenza Enrico Letta, Rutelli ha riscritto il testo da cima a fondo. Così, per il rotto della cuffia, è uscita «l’agenda della crescita» in dieci punti, un elenco per titoli di buoni propositi un po’ vaghi, ma se non altro rapidi da leggere e da far annunciare ai tg. In cauda venenum, la mina della riforma previdenziale su cui si è litigato per due giorni è finita all’ultimo posto, con una formulazione neutra che non evoca la parola «pensioni» ma parla solo di «apertura del tavolo con le parti sociali per la verifica e modernizzazione dello Stato sociale». Poco male, assicura uno dei ministri che la riforma la vorrebbero: «In fondo siamo noi ad avere il coltello dalla parte del manico perchè, grazie a Dio, Berlusconi ha fatto lo scalone, e ora tocca alla sinistra spiegarci dove mai si trovano gli 8 miliardi di euro per toglierlo».
Il bilancio della due giorni casertana resta incerto. Di sicuro però ha fotografato una coalizione divisa e scontentato l’ala più riformista, cui dà voce il leader della Rosa nel pugno Boselli: «Una cocente delusione, non c’è stato un briciolo di coraggio per affrontare i nodi che vanno sciolti. Si è imboccata solo la strada del rinvio».