Sircana

da Milano

«Certo che voi ragazzi del Giornale con Sircana siete proprio terribili... ».
Mi creda, non se l’è presa tanto... Anzi, ha pure composto un sonetto per il nostro direttore.
«Del resto queste poesie gli fanno onore: sono belle, intelligenti. E molto oneste. Sicuri che il vostro scoop non sia una trovata pubblicitaria? Dopo Bondi adesso abbiamo un altro poeta laureato».
Fabrizio Rondolino, giornalista, scrittore, autore televisivo, ex portavoce del governo D’Alema: tra i versi di Bondi e quelli di Sircana lei quali preferisce?
«Hanno due stili molto diversi, ma entrambi mi affascinano. Bondi quando scrive si estranea da questo nostro mondo terreno, esprime una forma di poesia in bilico tra il kitsch del ginnasio e l’ermetismo autentico. Molto intrigante. Sircana si affida a una rima baciata ossessiva, lancia invettive piene di energia: il suo è quasi un mantra politico. Pregnante, autentico. Un racconto realistico e "filologicamente" corretto di come è andata l’avventura dell’ultimo governo di centrosinistra».
«Mentre Prodi ci addormenta / Qui si addensa la tormenta». Ai posteri il poeta lascia un giudizio piuttosto severo.
«E poi c’è pure “Veltroni, gran gattone / che già pensa all’elezione”... Più duro di così non potrebbe essere. Questi versi hanno la grazia delle rime del signor Bonaventura, ma se fossero un editoriale politico sarebbero molto, molto pesanti».
Come l’avranno presa Prodi e Veltroni?
«Se il governo Prodi avesse lasciato in eredità al Paese solo questi epigrammi, al posto dei cumuli di monnezza a Napoli, da elettore del centrosinistra sarei davvero contento! E comunque la presa in giro, l’ironia, anche l’invettiva erano molto diffusi pure nel vecchio e austero Pci. Antonello Trombadori scriveva dei versi al vetriolo sui suoi dirigenti e nessuno se la prendeva. Togliatti, non a caso “il Migliore”, componeva addirittura in latino. E pure i cardinali in conclave, si sa, si mandano dei bigliettini molto pepati... No, non ci vedo davvero nulla di male, anzi».
Lei però, quando era consigliere di D’Alema a Palazzo Chigi, fu costretto a dimettersi per aver pubblicato alcune pagine «spinte» in un romanzo, Secondo avviso. Roba da non scandalizzare neanche le nonnine, a confronto con le frecciate in rima del suo successore... Non sarà il fisico «rotondeggiante» a far passare lei come il vero ragazzaccio?
«Io col mio pancione e quello spilungone di Sircana faremmo una coppia mica male: sembriamo proprio Stanlio e Ollio. Parlando seriamente, la mia fu una vicenda diversa. Oggi Prodi è un pensionato, all’epoca D’Alema era il presidente del Consiglio. Col senno di poi, posso ammettere che l’uscita del mio romanzo sia stata intempestiva. Gli epigrammi sircaniani, invece, in un certo senso sono postumi... ».
Non vuole proprio rosicare un po’ sul proprio destino: lei escluso dalle stanze del potere per un’opera di fantasia, mentre il suo successore in quelle stesse stanze usava la penna per prendere in giro compagni e superiori?
«Certo, ricordo che il giorno in cui esplose lo scandalo ci rimasi molto male, soprattutto perché nessuno valutò il libro per quello che era: un romanzo. L’unico a farlo fu Stenio Solinas, proprio sul Giornale. Non scrisse che era un capolavoro, ma lo recensì con grande correttezza, senza alimentare il gossip. Gli telefonai per ringraziarlo. E comunque oggi, posso dire che quella polemica mi salvò la vita. Mi tirò fuori da un mondo che non è il mio. Per carità, non sono un “grillista”, ma non ho nemmeno la vocazione... A proposto: ecco un altro ingrediente prezioso delle poesie di Sircana. Anche se sono così irriverenti, esprimono una passione autentica, forte, per la politica».
In conclusione: come esce la figura di Sircana dalla pubblicazione di queste poesie?
«Alla grande. L’ironia non fa mai diminuire l’autorevolezza. Al contrario, la rafforza».