Sirene girotondine o Sinistra, Walter al bivio del «ma anche»

Dalla giustizia alla Rai, il capo dell’opposizione deve scegliere fra Idv di piazza e ala radicale

da Roma

Sull’emergenza giustizia, nel Pd, la parola d’ordine è: calma e gesso. Il terreno è troppo minato per agitarsi, e la tenaglia attorno al principale partito di opposizione è molto stretta.
Da un lato c’è Antonio Di Pietro che dilaga, strilla a pieni polmoni e chiama in piazza i redivivi girotondi, prendendosi la leadership dell’antiberlusconismo militante. Dall’altro c’è il capo dello Stato, impegnatissimo nel tentativo di spegnere l’incendio di un nuovo scontro istituzionale tra governo e magistratura. E il partito di Veltroni deve stare attento a non fare passi falsi nell’una o nell’altra direzione.
È significativo che proprio dalla sinistra bertinottiana con cui il Pd cerca di riallacciare un rapporto, arrivi a Veltroni un chiaro avvertimento a non imboccare la «scorciatoia dell’antiberlusconismo», facendosi trascinare dalla paura di regalare elettori a Idv. «L’opposizione di Di Pietro rimuove il tema del conflitto sociale - dice l’ex segretario Prc Franco Giordano - perché è tutta incentrata sull’antiberlusconismo, e non sulle politiche alternative a quelle berlusconiane. E io temo che il Pd possa seguirlo in questa scorciatoia». Meno manette e intercettazioni e più iniziativa politica sul fronte economico e sociale, è il messaggio: se Veltroni finisce a rimorchio dei girotondi, il dialogo a sinistra rischia di chiudersi prima ancora di cominciare.
Fatto sta che ieri, di fronte all’exploit dipietrista e ai suoi insulti («Magnaccia») nei confronti del premier, il Pd è rimasto basito e silenzioso per tutta la giornata. Solo a sera, dopo una lunga serie di consultazioni con Veltroni, e dopo numerosi solleciti dal Pdl («Il Pd isoli Di Pietro finché è in tempo», esortava il vicecapo dei senatori azzurri Quagliariello), è intervenuta la capogruppo a Palazzo Madama Anna Finocchiaro. Che, dopo aver stigmatizzato il «degrado della figura femminile» che emerge dall’ultima ondata di intercettazioni Rai, invita «la politica» a dare un «segnale», «evitando di usare un linguaggio truculento e offensivo». Una presa di distanza molto minimal da Di Pietro, ma «di più non si poteva fare», spiegano in casa Pd. Dove si guarda con preoccupazione a quanto accadrà nelle prossime settimane, con il «lodo Schifani» in Parlamento, firmato dal Capo dello Stato, e Di Pietro sulle barricate che indice manifestazioni giustizialiste per l’8 luglio, alle quali il Pd non vuole aderire ma che non può neppure apertamente sabotare. «Non vogliamo farci ricacciare nella situazione del 2001», dice il veltroniano Tonini, quando Fassino e Rutelli erano assediati dai girotondi. Sul lodo l’atteggiamento sarà iper-prudente: ci si opporrà, ma senza scontri belluini. E si finirà anche per accettare la strada della legge ordinaria e non costituzionale. «In un clima diverso avremmo anche potuto astenerci, ma così sarà impossibile», dice il rutelliano Carra, augurandosi che il Pd «eviti nuove sbandate girotondine che allontanerebbero da noi tutti quegli elettori che ci han scelto perché avevamo una linea più moderata e garantista che in passato».
Ma lo scontro sulla giustizia rischia di avere ripercussioni anche su altri terreni: il Pd sta sostenendo la candidatura di Leoluca Orlando alla presidenza della Vigilanza, ma ora dal Pdl fanno sapere che «per noi sarà impossibile a questo punto votare un uomo di Di Pietro: piuttosto voteremo un esponente del Pd o dell’Udc». Che, con i voti della maggioranza, verrebbe eletto. Creando un nuovo, grosso problema nei rapporti tra Veltroni e l’alleato Idv.