Sirenetta nel mare della nostra fantasia

Devo ammettere che quella figurina verde catturata dagli apparati fotografici del rover «Spirit» fa battere forte il cuore a chi ancora (come se già non bastasse la vita sulla Terra) cerca esseri viventi su altri pianeti. Ognuno può vederci ciò che vuole, in quella figura. A proposito, quanto è grande? Un metro? Dieci metri? Perché i media l’hanno chiamata subito «omino»?
Di omini, e guarda caso proprio verdi, abbonda la fantascienza ambientata su Marte. Il più bel racconto su di loro l’ha scritto nel 1955 Fredric Brown, con Martians, Go Home, dove immagina un’invasione pacifica ma non troppo, in cui i marzianini onnipresenti rubano ai terrestri la loro privacy, sbucando nei posti e nei momenti più improbabili. Indimenticabili, poi, sono lo straordinario romanzo Straniero in Terra Straniera di R.A. Heinlein e le Cronache marziane scritte nel ’50 da Ray Bradbury: malinconica e poetica riflessione sugli incontri fra diverse culture.
Per millenni Marte, pianeta sacro al dio della guerra, della folgore, del tuono e della pioggia, ma anche della primavera (una divinità interinale, insomma) ha nutrito i sogni e le fantasie dell’umanità. Mi chiedo che cosa proverebbero, vedendo la foto della Nasa, gli astronomi che nel 1877, osservando il Pianeta Rosso in un momento di particolare vicinanza alla Terra, con i loro telescopi avevano creduto di poter riconoscere su Marte una fitta rete di canali, verdi oasi e addirittura vere e proprie città: quelle che nei decenni successivi gli scrittori di fantascienza e fantasy popolarono di splendide principesse aliene e di spadaccini blu a cavallo di lucertoloni corazzati. Il cinema a sua volta si è avventurato spesso sulle sabbie marziane, e uno dei prossimi grandi progetti sulla rampa di lancio dovrebbe essere proprio un film della Disney Pixar su John Carter, il personaggio cui Edgar Rice Burroughs (il creatore di Tarzan) fece vivere straordinarie ed eroiche imprese su Marte. Anzi, su Barsoom, come lo chiama Burroughs. Chissà che la foto di «Spirit» non acceleri le cose. Il film su Barsoom è sulla rampa di lancio dal 1931...
Il cinema a sfondo marziano ha conosciuto alti e bassi. Per la verità più i secondi che i primi, fra i quali vanno peraltro ricordati Ultimatum alla Terra, il primo La guerra dei Mondi (quello del ’53) e i più recenti L’uomo che cadde sulla Terra (il cui protagonista, David Bowie, ha visitato spesso Marte con le sue canzoni), Capricorn One, Mission to Mars di Brian De Palma e Mars Attacks di Tim Burton. Film che hanno in comune la caratteristica di essere tutt’altro che tranquillizzanti. Non a caso gli invasori alieni, da qualunque pianeta provengano, sono normalmente chiamati «marziani».
Tra i film più brutti, a distanza di quarant’anni ne ricordo ancora con stupore uno americano del ’64, Sos naufragio nello spazio, dove un astronauta e una scimmietta costretti a un atterraggio d’emergenza sul quarto pianeta sopravvivevano grazie a una serie di colpi di fortuna (diciamo così) da schiantare anche lo spettatore più propenso alla credulità. Aria respirabile, sassi gialli combustibili, sorgenti d’acqua fresca che spuntavano dalla roccia come nella Bibbia...
Purtroppo l’esplorazione dello spazio ha fatto strage di principesse e spadaccini, azzerando la popolazione marziana. Già le prime foto inviate dalla sonda statunitense «Mariner 4» nel lontano ’65 gelarono il sangue ai sostenitori dell’esistenza dei marziani, mostrandoci un pianeta completamente privo d’acqua, aria, alberi e altri ammennicoli che noi terrestri consideriamo indispensabili alla vita. «Marte come la luna», titolarono i giornali terrestri. Generazioni di sonde automatiche non hanno potuto far altro che confermare l’estinzione dei marziani. D’altra parte con temperature massime di circa 30 gradi sotto zero e un’atmosfera composta per il 95 per cento da biossido di carbonio è difficile pensare a forme di vita disposte a stare lassù. Non ci mandereste nemmeno vostra suocera.
A far sognare ancora i nostalgici di Barsoom arrivarono le controverse foto trasmesse dalla sonda «Viking 1» il 25 luglio ’76, quelle che mostravano nella regione marziana di Cydonia una piramide (che per la verità gli architetti egizi avrebbero giudicato di scadente fattura) e un volto umano di dimensioni gigantesche. Ci sono voluti quasi trent’anni, ma noi europei siamo riusciti a radere al suolo anche quei sogni. L’Agenzia spaziale europea ha raggiunto la certezza, il 22 luglio scorso, che quelle figure erano dovute solo a un gioco di luci e ombre sulla sterile superficie marziana.
Per fortuna la sonda «Spirit» ha provveduto ora a dotarci di nuove speranze. Altre opportunità potrebbero essere offerte dal meteorite ALH84001 scoperto da una spedizione americana fra i ghiacci dell’Antartide nell’84: una pietra verde (ancora...) che nel ’93 venne riconosciuta come un meteorite marziano, e nella quale gli scienziati ritennero di aver individuato non solo tracce di acqua, ma addirittura una colonia di antichissimi batteri marziani fossilizzati! La notizia fece il giro del mondo, inducendo il presidente Usa Bill Clinton ad affermare che «in passato su Marte c’è stata la vita, e noi ne abbiamo le prove». La storia di ALH84001 - a oggi tutt’altro che definitivamente chiusa - ispirò a Dan Brown nel 2001 il thriller La verità del ghiaccio.
Insomma, la questione marziana non è chiusa. C’è ancora spazio per ogni ipotesi e per mille rivelazioni (e per altrettante smentite). Se volete la mia opinione sulla strana figura di Marte ve la fornisco subito: non ha affatto un’origine extraterrestre. Non prova affatto che ci sia vita su Marte. È una riproduzione (non so ancora in che scala) della Sirenetta di Copenhagen. Un souvenir dal nostro pianeta, insomma. Nel trasporto, o nell’inclemente clima marziano, il braccio della statua si è piegato. Tutto qui. Chi l’ha portata lassù, mi chiedete? Ma è ovvio: sono stati i Marziani.