Siria, adesso Assad elogia la repressione Si sveglia pure l’Onu

Il regime loda l’esercito per il massacro di Hama. Convocata una
riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza, mentre l’Ue pensa a
nuove sanzioni

Più che un sussulto è un tiepido fremito. Ma sempre meglio dell’annoiato torpore dei mesi scorsi. Mentre Bashar Assad elogia l’esercito sterminatore e il bilancio del massacro di Hama supera il centinaio di morti il mondo incomincia a risvegliarsi. Di fronte alla violenta repressione costata la vita, anche ieri, ad una decina di dimostranti la reazione più accalorata è quella inglese.

Il segretario agli Esteri di Sua Maestà non esita ad accennare all’intervento militare definendolo «ipotesi non remota per fermare la carneficina». Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Per capirlo basta approdare a Bruxelles dove il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen tira il freno a mano spiegando perché la Nato non può riservare al rais di Damasco lo stesso trattamento adottato con Tripoli. «Non ci sono le condizioni, in Libia - taglia corto Rasmussen - conduciamo un’operazione basata su un mandato chiaro dell’Onu. E abbiamo il sostegno dei paesi della regione. Queste due condizioni non valgono per la Siria».

La riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza - convocato ieri notte dopo le richieste del nostro ministro degli Esteri Franco Frattini e della Germania - ben difficilmente cambierà la situazione. Le discussioni intrecciatesi dietro le quinte sono però la vera cartina di tornasole per capire se Russia e Cina - finora contrarie a qualsiasi intervento e decise a usare il veto - siano pronte a cambiare idea. Mosca nonostante l’alleanza con il regime alawita e gli interessi strategici legati all’utilizzo della base navale di Taurus sembra pronta a una svolta. «Mosca è seriamente preoccupata dal numero delle vittime, l’uso della forza contro i civili e le strutture dello stato è assolutamente inaccettabile e deve cessare» - recitava ieri un comunicato del ministero degli Esteri russo. Naturalmente tra qui e ipotizzare il via libera a un intervento ce ne passa. La riunione del Consiglio di Sicurezza della scorsa notte serviva però a delineare eventuali azioni alternative all’uso delle armi. Anche senza il veto russo e cinese l’intervento armato resta, infatti, la più remota delle ipotesi. La Nato già impegnata in Afghanistan e logorata politicamente dai bombardamenti sulla Libia non può sicuramente lanciarsi in una nuova avventura militare. E la squattrinata America di Obama non preme certo per aprire un nuovo costosissimo fronte. Un fronte su cui si rischia di ritrovarsi a far la guerra non solo alla Siria, ma anche a Teheran e a Hezbollah appiccando un incendio capace di divorare l’intero Medio Oriente.

Se come sembra la strada maestra continuerà ad essere quella della moderazione, l’unica vera novità potrebbe ridursi a delle sanzioni più incisive di quelle fin qui adottate. A quelle, e a ben poco d’altro, pensa il Commissario per politica estera dell’Unione Europea Catherine Ashton. A dar retta alla baronessa la riunione del Consiglio di Sicurezza doveva servire ad «assumere una posizione ferma e sostenere la necessità di metter fine alle violenze». Come fanno intendere altre fonti di Bruxelles il massimo che ci si può attendere dall’Unione Europea è l’inserimento di altri cinque personalità vicine al presidente siriano nell’elenco di esponenti del regime minacciati - all’interno dei 27 - dal congelamento dei beni e dal blocco dei visti. Passi rilevanti politicamente, ma non in grado di fermare i massacri. Massacri di cui lo stesso Bashar Assad è, in fondo, succube e prigioniero.

Dopo oltre 1700 morti, migliaia di feriti e la promessa mai attuata di riforme politiche la sua unica possibilità di sopravvivenza è legata alla spietata efficienza della macchina repressiva. Non a caso ieri – a sole 24 ore dalla carneficina - il dittatore approfitta del sessantaseiesimo anniversario della fondazione dell’esercito per lodare soldati e generali e definirli salvatori della patria. «I nostri soldati hanno dimostrato la loro lealtà al popolo, alla nazione e alla fede. I loro ammirevoli sforzi e i loro sacrifici sono serviti a sconfiggere il nemico e a salvare la Siria». E soprattutto a garantire a lui qualche tempo in più al potere.