In Siria un’altra strage: l’Ue sanziona Assad

Se in Libia la battaglia contro Gheddafi infuria e attira l’attenzione dei media e delle diplomazie internazionali, in una Siria per ora meno sotto i riflettori si spara e si muore nelle piazze e si preparano le condizioni per una possibile e forse taraumatica svolta. Il «venerdì della libertà» proclamato dalle organizzazioni che si battono contro il regime di Bashar el Assad ha portato nelle strade delle città siriane folle ancora più numerose che nei giorni passati, provocando una repressione armata particolarmente dura, che la televisione di Stato si sforza di negare, attribuendo alla tv panaraba al-Jazeera e alle associazioni per i diritti umani che la documentano un’intenzione eversiva.
Secondo al-Jazeera e altre fonti locali difficili da verificare, ieri hanno perso la vita, in diverse città del Paese mediorientale, 34 persone: le forze di sicurezza avrebbero sparato soprattutto a Homs (dove si contano 9 morti), ma anche nella regione di Daraa, epicentro originario della protesta contro Assad dove è stato proclamato il coprifuoco, e anche in due quartieri della capitale Damasco. In diverse località sono entrati in azione ancora una volta i carri armati, che in un villaggio alla periferia di Aleppo avrebbero sparato uccidendo alcune persone.
Il «venerdì della libertà» si è anche caratterizzato per il forte coinvolgimento della minoranza curda, che vive prevalentemente nel nord-est del Paese. E per la prima volta anche nella regione meridionale di Suweida, abitata da un’altra minoranza, quella drusa, migliaia di persone hanno manifestato contro il regime. A Damasco, poi, l’imam sunnita della moschea di al-Hassan ha annunciato l’intenzione di non guidare più la preghiera del venerdì, perché le forze di sicurezza vietano l’afflusso dei fedeli nei santuari. È questo un segnale del fatto che il regime vede negli assembramenti religiosi il possibile pretesto per dare il via - nel giorno sacro della settimana musulmana - a manifestazioni ostili al governo.
L’incrementarsi delle dimostrazioni in Siria spinge in questi giorni l’Unione Europea a indurire le sanzioni contro i vertici del regime già decise all’inizio del mese. In particolare, se finora a Bruxelles si era stabilito (attirandosi non poche critiche) di congelare i beni e bloccare i visti a 13 esponenti della cerchia del potere di Damasco ma non personalmente al raìs, il consiglio dei ministri degli Esteri dei Ventisette potrebbe decidere lunedì prossimo di estendere queste misure a un’altra decina di personaggi, compreso questa volta Bashar el Assad.
La sensazione è che la Siria sia ormai incamminata verso un punto di non ritorno, oltrepassato il quale il regime non riuscirà più - nonostante i metodi repressivi mutuati dall’alleato iraniano - a tenere sotto controllo la collera popolare, della quale potrebbe abilmente trarre vantaggio un estremismo islamico che nel Paese ha non poco seguito. Fin qui gli Stati Uniti hanno insistito che Assad fosse in grado di - e ancora in tempo a - attuare le riforme che i manifestanti pretendono. Ma appare ormai chiaro che questo non potrà accadere e anche la riluttante Casa Bianca si sta allora preparando a imporre sanzioni e soprattutto a cambiare politica.