Dalla Siria un’amara conferma: la primavera araba è un caos

Le sbornie sono così. All’inizio tutto sembra bello. Poi esageri e non ci capisci più nulla. Ci piaceva la primavera araba. Ci metteva di buon umore mentre riscaldava il gennaio di Tunisi. C’inebriava mentre stendeva Mubarak. Ha incominciato a stordirci con Gheddafi. Rischia di mandarci in coma etilico con la Siria. Quel che sta succedendo attorno a Jisr al Shughour, la cittadina ribelle assediata dall’esercito di Damasco, rischia di minare ulteriormente la credibilità del nostro povero Occidente, la nostra asserita capacita di comprendere e risolvere i mali del mondo. Mentre ci apprestiamo a processare il generale Ratko Mladic per le nefandezze di 16 anni fa a Srebrenica un altro orrore sta per precipitarci addosso. Ma noi lo osserviamo, attendiamo con la pazienza di un collezionista di farfalle. La nostra mente minata dalla sbronza della primavera tace, non ci aiuta a decidere se i buoni stiano dalla parte del sovrano o dei ribelli. Sognavamo una rivolta tutta democrazia, facebook e buoni intenti liberali. La scopriamo fatta di fondamentalismo, rivolte armate, massacri reciproci. E ci ritroviamo a non saper decidere. A non saper parteggiare.
Di certo Bashar Assad, sovrano designato dal padre ed espressione di una minoranza alawita non superiore al 10 per cento, non regna per investitura popolare. Sicuramente non è il più amato in un Paese dove la maggioranza è sunnita e dove il fondamentalismo ha lentamente conquistato il controllo di intere regioni. Sicuramente Bashar è anche un burattino nelle mani di Teheran che attraverso la Siria rifornisce Hezbollah, controlla il Libano e s’affaccia sulla frontiera del grande nemico israeliano. A tutte queste pecche s’aggiunge il terribile sospetto che il dittatore stia per regalarci lo spettro di una nuova Srebrenica. Maher, il suo fratellino più giovane e cattivo, sta in queste ore terminando i rastrellamenti sulle colline intorno a Jisr al Shughour. La cittadina ribelle è già stata riconquistata, ma nessuno è in grado di dire con esattezza cosa sia successo. Le voci dei 7000 suoi abitanti rifugiatisi in Turchia descrivono la cattura e la deportazione di tutti gli uomini tra i 18 e i 40 anni, l’abbattimento di minareti e moschee a cannonate, prefigurano esecuzioni sommarie e fosse comuni.
Ma il ricordo di Srebrenica e il processo al suo macellaio non riescono a scuoterci. A renderci più coriacei e più indifferenti contribuiscono gli errori commessi in Libia e il sospetto che il “nuovo” nasconda un male anche peggiore. Prima della comparsa di Maher e dei suoi carri armati all’orizzonte di Jisr al Shughour abbiamo visto le immagini di 120 poliziotti massacrati da forze ribelli, forse da reparti dell’esercito in rivolta. Se la versione offerta da Damasco si rivelasse corretta, con chi stare? Per chi parteggiare? Per il diavolo malvagio ma conosciuto di Bashar, spietato come il padre Hafez che nel 1982 spianò a cannonate la città di Hama uccidendo 10mila persone pur di sedare la rivolta dei Fratelli musulmani? Oppure per quei Fratelli Musulmani pronti a rialzare la testa e a trasformare la Siria in un nuovo Stato islamico? Non lo sappiamo noi, non lo sa l’America, ma non lo sa nemmeno Israele. Il Paese che basa la propria sopravvivenza sulla capacità di valutare e prevedere gli eventi mediorientali non sa in questo momento se parteggiare per un dittatore sempre pronto a regalare a Hezbollah i missili puntati sul suo territorio o se agevolarne la caduta. La scelta non è roba da poco. Bashar, nonostante gli stretti rapporti con Teheran, ha sempre impedito la riesplosione di un conflitto per il Golan. Un governo fondamentalista dei Fratelli Musulmani potrebbe invece esser tentato di riaprire il capitolo dello scontro con Israele.
Ecco perchè in fondo preferiamo non vedere i 1300 morti della rivolta siriana. Ecco perché se Jisr al Shughour fosse un’altra Srebrenica potremmo decidere, anche stavolta, di non vederla.