La Siria arma gli Hezbollah con nuovi missili

Gian Micalessin

da Avivim (confine israelo-libanese)

La battaglia è finita. I soldati sono tornati. Dormono sotto gli alberi. Riposano sotto i carri. Nessuno festeggia. Non è stata una vittoria. Solo una tappa della guerra. Un’altra notte di battaglia prima di altri giorni di sangue. Beint Jbeil da un punto di vista militare non è neanche caduta. «È una città in rovina», si limita a dire il generale Udi Adam, comandante del fronte nord, senza rivendicarne la conquista. Nei fatti la roccaforte di Hezbollah nel sud del Libano è ancora lì, circondata, ma non completamente sconfitta. Cambiano solo le statistiche della battaglia. Martedì notte un’imboscata dei guerriglieri sciiti aveva bloccato la prima offensiva dei fanti della Golani ammazzandone otto e ferendone una trentina. Sabato notte paracadutisti e incursori della 101ª brigata hanno reso la pariglia, uccidendo una ventina di guerriglieri appartenenti alle forze speciali di Hezbollah. Tra le linee israeliane stavolta solo sei feriti e neppure un caduto. L’unico soldato in condizioni veramente serie è stato colpito dalle schegge di un lanciarazzi difettoso esplosogli tra le mani. «Ma non è stato un regolamento di conti né una vendetta - precisa il tenente colonnello Ariel Yochanan, comandante della 101ª -, abbiamo solo portato a termine la missione e ci siamo ritirati».
Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah, riapparso ieri sera sugli schermi televisivi, parla invece di «seria sconfitta» degli israeliani e annuncia la loro imminente uscita dal conflitto. «Sono pronti a mettere fine all’aggressione perché ne temono le incognite, gli unici a premere per la continuazione dello scontro sono gli Stati Uniti - proclama davanti alle telecamere di Al Manar, la televisione del movimento - Israele una volta di più si dimostra uno schiavo dell'America». A dar retta al numero uno di Hezbollah, «il nemico ammette di non aver raggiunto i suoi obiettivi», mentre la «ferma posizione di Hezbollah» apre la strada a «nuovi negoziati per mettere fine alla crisi». Le parole, spogliate dai toni trionfalistici, possono essere interpretate come una mano tesa ai negoziati. Israele non sembra, però, pronta a trattare. Conclusa l’offensiva di Beit Jbeil, Tsahal prepara una nuova fase dell’operazione. Stavolta il «cambio di direzione» potrebbe essere veramente radicale. Le incursioni selettive volute dal ministro della Difesa Amir Peretz si sono rivelate inadeguate a metter fine ai lanci di missili. Soltanto ieri un centinaio di ordigni ha colpito il nord d’Israele ferendo cinque persone. E altri due caschi blu indiani dell’Unifil sono stati leggermente feriti da un colpo di artiglieria o di mortaio israeliano sparato vicino all’abitato di Markaba, quasi sul confine Libano-Israele.
E da venerdì c'è anche l’incubo dei cinque nuovi missili caduti venerdì su Afula, 47 chilometri a sud del confine. Quegli ordigni, mai utilizzati prima, sono assai più potenti degli oltre 1.600 caduti in queste due settimane. Ieri Nasrallah non ha perso l’occasione di rivendicarne il lancio. «Il bombardamento di Afula e della sua base militare è solo l’inizio. Se Israele non mette fine alla selvaggia aggressione al nostro popolo e al nostro Paese molte altre città nel centro d'Israele si ritroveranno nel mirino».
Secondo il generale Alon Friedman, vicecomandante del Fronte nord, i cinque nuovi missili arrivano non dagli arsenali iraniani, ma da quelli di Damasco. Gli artificieri della polizia ritengono che ciascuna delle loro testate contenga almeno 100 kg di esplosivo.
Per fermare quei missili l’esercito è pronto a lanciare una vasta offensiva focalizzata sulla zona di Tiro e sul confine libanese siriano nella valle della Bekaa. Non un’invasione in senso letterale, bloccata dal «no» del Gabinetto di sicurezza, ma una massiccia penetrazione su due assi con l’impiego di buona parte delle tre divisioni di riservisti mobilitate da mercoledì notte. L’avanzata su Tiro punterà a far sloggiare gran parte degli abitanti e dei profughi rifugiatisi nella città del sud. Subito dopo forze speciali e aviazione daranno la caccia alle postazioni missilistiche nascoste nel centro abitato.
La missione nella valle della Bekaa, utilizzata come corridoio per il transito di armi e munizioni provenienti dalla Siria, sarà ben più complessa. Qui Tsahal dovrà sigillare la frontiera, eliminando le basi logistiche del movimento sciita senza causare incidenti di confine così seri da rendere inevitabile la discesa in campo della Siria.