Siria, Assad ordina una selvaggia repressione Cannonate sulla folla: è una vera carneficina

Il regime manda i carri armati contro la città ribelle di Hama: cento morti. Bombe imbottite di chiodi contro un corteo anche a Damasco. I governi occidentali: "Ora basta". Eoma, Parigi e Berlino: "Si muova l'Onu". Ma gli Stati Uniti sono paralizzati

Ventinove anni dopo l’orrore torna ad Hama. All’alba la nuova tragedia è già alle porte. Come allora la città è prigioniera di una cortina d’acciaio. Come allora la popolazione sunnita, in rivolta da quattro mesi, scende in strada, va incontro ai carri armati. Molti sono i figli, i nipoti dei 30mila sepolti sotto le macerie della cittadella bombardata da Hafez Assad. Ora il figlio Bashar si dimostra all’altezza del padre. Adesso a sparare sono i suoi carri armati. A massacrare i rivoltosi armati di sassi e molotov sono i suoi soldati e i suoi «shabbiha», i miliziani della minoranza alawita a cui appartengono gli Assad. Ma la cinica ripetizione della strage, alla vigilia del Ramadan, rischia di rivelarsi fatale. Per quattro mesi il mondo è rimasto a guardare. Per quattro mesi America ed Europa hanno sperato che il rampollo Bashar desse un segnale di disponibilità. Ora di fronte ai carri armati impegnati a sparare sulla folla, di fronte a un bilancio provvisorio di almeno cento morti, di fronte alle bombe imbottite di chiodi usate contro la folla anche a Damasco il mondo potrebbe imporsi un sussulto, rischiare il tutto per tutto. Non è un rischio da poco. Dietro i morti di Hama c’è, oggi come nel 1982, la rivolta dei fratelli musulmani e delle fazioni più estremiste del radicalismo sunnita. Bashar è un diavolo imbarazzante, ma conosciuto. Farlo cadere può significare spalancar le porte di un inferno ancor peggiore. Può significare regalare la Siria a un fondamentalismo sunnita pronto alla guerra a Israele nel nome del Golan. Di certo significa sfidare l’Iran ed Hezbollah, una grande potenza e una bellicosa milizia unite dal ponte siriano. Cercar di abbattere Bashar equivale insomma a far guerra a Teheran. L’America di Obama lo sa. Dopo aver abbandonato l’alleato Mubarak, dopo aver dichiarato guerra a un Gheddafi nemico del fondamentalismo e vicino all’Occidente il presidente deve far i conti con una scelta assai imbarazzante. I massacri di Hama sono la ciliegina su una torta impastata con il sangue degli oltre 1600 oppositori uccisi da marzo ad oggi. Per molto meno Gheddafi è stato deferito alla Corte Internazionale. Per molto meno Mubarak verrà giudicato dal suo popolo. Bashar fedele alleato della Repubblica Islamica, grande armiere di Hezbollah, custode dei capi di Hamas ospitati a Damasco è, invece, libero di uccidere la propria gente. Ma il massacro di Hama è anche uno schiaffo aperto a Washington. Agli inizi del mese l’ambasciatore Usa a Damasco Robert Ford aveva visitato la città assieme al collega francese. Quella visita, definita un insulto e seguita da un assalto all’ambasciata Usa, serviva a far capire a Bashar che non gli sarebbe stato consentito ripetere le atrocità paterne. Lui se n’è fatto beffe. Ora Obama deve decidere. Se dopo il trattamento riservato a Mubarak e Gheddafi continuerà a non muovere un dito contro Bashar dimostrerà che con lui alla Casa Bianca stanno meglio i nemici degli alleati. In ogni caso quel sussulto che sembrerebbe così naturale non sarà facile da ottenere. Ieri il coro di proteste indignate riuniva le voci di Washington («massacro senza giustificazioni, il regime è disperato»), del nostro ministro degli esteri Franco Frattini («chiediamo che si riunisca di urgenza il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per prendere una posizione molto ferma») di Parigi e Berlino, mentre la Ue prepara nuove sanzioni. Ma parlare è molto più facile che agire. La Nato è impantanata in Libia e nella difficile partita afghana. E a immobilizzare l’Onu ci penserà una Russia tradizionalmente vicina a Damasco e interessatissima agli ormeggi del porto siriano di Tartus, base navale d’epoca sovietica che le garantisce la presenza nel Mediterraneo. In questo convergere d’interessi, debolezze e opportunismo l’unica speranza per i nemici di Bashar si chiama Ramadan. La strage di Hama mmessa a segno alla vigilia del mese più sacro dell’Islam doveva impedire che la preghiera serale nelle moschee diventassero un moltiplicatore della rivolta. Ma se l’indignazione sarà più forte del terrore, la spinta fatale arriverà dall’interno. E l’Occidente rimasto a guardare dovrà far i conti con un inferno sconosciuto e completamente fuori controllo.