In Siria e Libano si combatte mentre al G8 si chiacchiera

Siamo giunti alla decima «giornata della rabbia», i morti ammazzati sono ormai più di mille, i feriti quattromila e le persone arrestate oltre diecimila. Anche mentre i grandi erano riuniti a Deauville, migliaia di siriani stavano inscenando le ormai classiche dimostrazioni del venerdì. La rivolta, secondo fonti dei dissidenti (i corrispondenti dei giornali stranieri sono stati banditi da Damasco), si è ormai estesa a tutto il Paese, compresi alcuni insediamenti medio-borghesi che si presumeva fedeli al regime. Per evitare le repressioni più dure i ribelli hanno preso l'abitudine di dimostrare nelle ore serali, in cui le forze di sicurezza incontrano maggiori difficoltà ad operare. Ciò nonostante, il G8 si è limitato a invocare, nel suo comunicato finale, «la fine dell'uso della forza e delle intimidazioni della popolazione», a «incoraggiare una stagione di riforme in risposta alle richieste del popolo» e a chiedere la liberazione dei prigionieri politici. Nel suo discorso della settimana scorsa, Obama era stato un po' più esplicito, avvertendo che se il presidente Bashar non si decideva a iniziare una transizione, era meglio che «si facesse da parte» e Sarkozy gli ha fatto eco sostenendo di non avere più fiducia in lui. Sia gli Usa, sia la Ue, hanno adottato sanzioni nei confronti del capo dello Stato e di una decina di altri esponenti della nomeklatura. Ma il G8, che pure ha usato parole di fuoco contro Gheddafi, ha preferito limitarsi a minacciare un ipotetico quanto vago ricorso al Consiglio di Sicurezza e il segretario generale della Nato Rasmussen, ha escluso qualsiasi iniziativa militare.
Perché questa differenza di trattamento? Perché la piazza siriana, che pure mostra lo stesso anelito di libertà degli altri arabi, non riceve da parte della comunità internazionale l'appoggio che hanno ottenuto egiziani, tunisini e libici? La risposta è pura realpolitik: tutti, dagli Stati Uniti all'Europa, dall'Arabia Saudita a Israele, hanno paura che a una eventuale caduta del regime degli Assad e del clan alawita che lo sostiene subentri il caos. In quarant'anni, la maggioranza sunnita (in cui non manca una forte componente fondamentalista, che il padre di Bashar, Hafez, aveva massacrato ad Hama nel 1982) e gli altri gruppi religiosi e tribali in cui è divisa la popolazione hanno accumulato tali risentimenti nei confronti degli Assad che la loro cacciata comporterebbe quasi certamente un bagno di sangue, uno scontro di tutti contro tutti che tracimerebbe nei vicini Libano, Irak e forse perfino Turchia. Anche l'attentato di ieri contro i caschi blu italiani può essere attribuito a questa turbolenza. Gli stessi israeliani, che pure odiano Assad per la sua alleanza con l'Iran e l'appoggio che dà ai terroristi di Hezbollah ed Hamas riconoscono che dalla guerra del '73 ha mantenuto la tregua sul Golan e non ha quasi battuto ciglio quando l'aviazione dello stato ebraico ha distrutto un impianto nucleare che Teheran gli stava costruendo. «Meglio il diavolo che conosciamo di uno ignoto» è il ragionamento che fanno a Gerusalemme.
Le interferenze esterne nel braccio di ferro permanente che si è ingaggiato tra gli Assad e i dimostranti saranno perciò essenzialmente formali: molte dichiarazioni di condanna, magari una risoluzione del Cds, ma nessun appoggio concreto a un movimento insurrezionale comunque di composizione troppo incerta e frammentata per ottenere appoggi in Occidente. Rimane da vedere se, di fronte a una repressione spietata, che include anche la chiusura di Internet, la piazza riuscirà a tener duro abbastanza a lungo per ottenere dei risultati. Il problema, secondo la maggioranza degli analisti, è che Bashar ed i suoi sanno di combattere per la propria sopravvivenza, perché in regime di democrazia la minoranza alawita oggi dominante sarebbe sommersa; e fino a quando le forze di sicurezza rimarranno loro fedeli, cercheranno magari (come è avvenuto martedì) di contenere il numero delle vittime, ma difficilmente concederanno riforme che non siano di pura facciata.