Siria, Facebook libero ma per incastrare i ribelli

Assad autorizza il social network ma lo mette sotto controllo. Così gli agenti infiltrati fanno arrestare migliaia di attivisti. Le password di accesso ai siti dei rivoltosi sarebbero state estorte con la tortura. Altro che rivoluzione via internet... <br />

Come da copione, come già successo in Tunisia, in Egitto, in Libia, la lotta del regime siriano per la sopravvivenza si combatte con i carri armati per le strade del Paese ma anche sui siti internet. Fin dall’inizio della rivolta, il governo di Bashar El Assad ha bloccato l’accesso in Siria alla stampa internazionale. I social network, da Twitter a Facebook passando per You Tube, sono diventati così l’unico modo per far circolare le immagini amatoriali delle violenze. Al contrario di quanto successo altrove, in un primo momento Facebook è diventato per il regime un modo per monitorare gli umori del Paese. A febbraio, infatti, quando le strade dell’intero mondo arabo erano in subbuglio e la Siria sembrava essere immune al contagio rivoluzionario, il governo Assad fece una mossa che fu interpretata allora come una concessione. Fu garantito l’accesso a Facebook e You Tube, bloccati dal 2007. Ma subito, gli esperti regionali di mass media misero in guardia i cyberattivisti. Con la legalizzazione dei social network il regime poteva infatti monitorare a suo piacimento le mosse dell’opposizione siriana, attiva sulla rete. Non sorprende così la testimonianza di un attivista siriano raccolta dal quotidiano britannico Daily Telegraph che racconta come la recente ondata di arresti, migliaia nell’ultima settimana, abbia minato le capacità organizzative dell’opposizione. I network degli attivisti su Facebook e Twitter sarebbero stati infiltrati dagli agenti del regime che avrebbero ottenuto sotto tortura le password di accesso.
Anche se non in tutta la Siria è garantito l’accesso al web, alcune connessioni satellitari e il lavoro della diaspora siriana all’estero hanno mantenuto finora vivace l’attività dell’opposizione online. Diventa però ogni giorno più difficile, con i telefoni cellulari e le linee fisse disattivate, internet bloccato nelle aree della rivolta, telecamere installate nelle moschee di cittadine come Deir Zor, nell’est, organizzare nuove manifestazioni, scambiare informazioni, trovare luoghi di incontro e mettere online notizie e video delle repressioni.
Il regime ha imparato anche a usare le armi dei suoi rivali. Migliaia di messaggi Facebook in sostegno del rais Assad sono arrivati sulle pagine della Casa Bianca e delle istituzioni europee. Sono stati creati profili Facebook di propaganda del governo che accusavano i manifestanti di «terrorismo» e minacciavano i cyberattivisti definendoli agenti al soldo della Cia.
E ieri, centinaia di persone si sono riunite a Damasco, davanti all’ambasciata americana e alla sede dell’emittente del Qatar Al Jazeera, denunciando la «cospirazione» americana contro il regime. Gli Stati Uniti intanto alzano i toni. Per il capo del dipartimento di Stato americano, Hillary Clinton, in visita ieri in Groenlandia, la repressone del regime siriano è un segnale «di estrema debolezza».
Indiscrezioni della stampa americana hanno fatto trapelare mercoledì informazioni sulla possibilità che Washington prenda presto una posizione più dura nei confronti di Damasco, arrivando perfino a dichiarare l’illegittimità di Assad. Manca però un consenso internazionale. L’alleato turco Recep Tayyip Erdogan, che poche ore fa aveva usato parole di dura condanna contro le violenze, ha detto sugli schermi della tv americana che «è ancora troppo presto per chiedere le dimissioni di Assad».