Ma la Siria rischia l’effetto boomerang

L’omicidio potrebbe spianare la strada del potere a Hezbollah. Ma anche ricompattare i cristiani divisi e restituire forza al fronte anti Damasco

Gian Micalessin

A chi giova l’uccisione di Pierre Gemayel? Faciliterà i piani di Hezbollah per la conquista del potere e quelli di Damasco per bloccare il processo sull’assassinio Hariri o trascinerà il Paese alla guerra civile? Saad Hariri, figlio del premier fatto saltare in aria il 14 febbraio 2005, non ha dubbi nel puntare il dito contro Damasco. Come non ne hanno il leader druso Walid Jumblatt e gli altri protagonisti della coalizione anti-siriana che, dopo l’assassinio Hariri, portò in piazza milioni di persone costringendo la Siria a mettere fine a trent’anni di occupazione.
Pierre Gemayel, per i vincitori delle elezioni del giugno 2005, è la sesta vittima delle trame siriane in due anni. L’omicidio ha però una doppia valenza politica e strategica. La sua eliminazione dopo le dimissioni di cinque ministri sciiti e di uno sunnita legato al presidente filosiriano Emile Lahoud trascina il governo di Fouad Siniora ai limiti della legalità costituzionale. L’uscita di scena di altri due esponenti priverà l’esecutivo del quorum di due terzi più uno, rispetto alla compagine iniziale di 24 elementi, richiesto dalla Costituzione. A quel punto il premier Fouad Siniora dovrà sciogliere il governo e convocare nuove elezioni. L’eventuale crisi impedirà la ratifica del testo sul varo di un Tribunale internazionale, già approvato dal governo e, lunedì scorso, anche dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Damasco catturerebbe così i classici due piccioni con una fava. Bloccherebbe un processo internazionale capace di provare le responsabilità del presidente Bashar Assad e dei suoi collaboratori e spianerebbe la strada ad Hezbollah e ai suoi alleati per la conquista del potere.
Hezbollah, Amal e le altre forze filosiriane respingono ogni accusa. L’omicidio Gemayel, sostengono, è frutto di un complotto per colpire alla schiena Damasco mentre Assad è alle prese con un difficile riavvicinamento agli Stati Uniti e all’Europa riallacciando le relazioni con l’Irak e proponendosi come interlocutore con Teheran. Quel delitto, secondo i filosiriani, è un’insperata «ancora di salvataggio» per un governo Siniora ormai allo sbando.
Il funerale del giovane ministro, in quest’ottica, consente alla coalizione antisiriana di riconquistare il consenso popolare perduto dopo le elezioni del 2005 e di riempire nuovamente le piazze. Questa massiccia risposta popolare disinnesca, o almeno rinvia, la prova di forza annunciata da un Partito di Dio pronto, nei discorsi del suo segretario generale Hasan Nasrallah, a usare la pressione della piazza per far crollare il governo Siniora.
L’effetto boomerang dell’assassinio Gemayel non si ferma qui. L’uccisione di un cristiano lacera e divide il blocco di Michel Aoun, il generale cristiano pronto a un’innaturale alleanza con Hezbollah in cambio della poltrona presidenziale. Dopo la morte del giovane Pierre, l’ambizioso generale ha molta più difficoltà a controllare il proprio elettorato maronita come provano i roghi dei suoi ritratti nei quartieri cristiani. Se il generale Aoun, esiliato da Damasco, ma messo in un angolo al ritorno in patria da Jumblatt e dal figlio di Hariri, ritroverà la sua naturale collocazione al fianco di forze antisiriane, tutti i piani di Hezbollah e di Damasco per la conquista del potere attraverso nuove elezioni andranno in frantumi.
L’attuale Costituzione, nata dagli accordi di Taif del 1989, nega, infatti, il diritto di governare a una coalizione incapace di rappresentare tutte le componenti del Paese. Per vincere e comandare Hezbollah, Damasco e gli altri alleati, tra cui il presidente Lahoud, dovrebbero prima eliminare gli accordi di Taif. Nasrallah li ha già definiti sorpassati, ma per cancellarli dovrà ora lottare con l’ingombrante cadavere di Pierre Gemayel e con le centinaia di migliaia di libanesi che seguivano il suo feretro. Scelta non facile per una formazione che, dopo aver portato il Paese alla guerra con Israele, dovrebbe accollarsi anche la responsabilità di una nuova guerra civile.