SIRONI Ritratti impietosi della mai amata Milano

«Io campo alla meglio tra un sussulto e l’altro... e intanto i milanesi tutti al restaurant...»

È nella scrittura privata, nei diari o nelle lettere, che spesso si nascondono i segreti di un artista. Tutto ciò che non si riesce - o non si vuole - mettere sulla tela o fissare su una parete, può capitare che riaffiori sulla pagina. In quello che si racconta alla moglie, ai figli o agli amici si trovano così molte delle delusioni, delle speranze, delle paure che nel lavoro si tende ad allontanare, o a soffocare.
È il caso, ad esempio, di Mario Sironi, pittore tra i più anomali, innovativi (e spesso fraintesi) del nostro Novecento, le cui lettere sono state raccolte e ordinate (una sessantina in tutto, su alcune centinaia tutt’ora inedite e in via di archiviazione) da Elena Pontiggia, una delle studiose “storiche” di Sironi, e pubblicate in questi giorni dalla casa editrice milanese Abscondita (Mario Sironi, Lettere, pagg. 120, euro 13).
«Sai che ci sono uomini che hanno una vera letterofobia - scrive Sironi all’amico Gino Severini il 31 marzo del 1915, da poco arrivato a Milano da Roma, dove aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti e lo studio di Giacomo Balla - e io sono un poco uno di quelli, sebbene abbia il più grande piacere di ricevere notizie di altri». Eppure, nonostante la confessata «letterofobia», Sironi di lettere, biglietti, cartoline ne scrisse moltissime. Soprattutto negli anni milanesi, ed è infatti da queste carte che veniamo a sapere tutte le difficoltà, i dolori e i progetti dell’artista, che questa città peraltro non riuscì mai ad amare: «Avrai il solito sole romano che ti fa più leggera la vita - scrive al fratello Ettore ancora nell’aprile del ’56, quando ormai Sironi era diventato da un pezzo milanese “d’adozione” - qui il solito fumo, ancora freddo, la solita tetraggine sconsolata. Il che del resto va d’accordo con l’amara tristezza che mi rode in eterno la vita ... A Roma è più facile vivere, molto più che qui dove la noia e la monotonia del lavoro straripano da tutte le parti».
Lavoro. La parola che ricorre più spesso nelle lettere milanesi dell’artista. Qui arrivò nel ’15, trentenne (era nato a Sassari nel 1885), reduce da una veloce adesione al divisionismo e poi al futurismo e prima della fondazione del gruppo “Novecento”. In città il cugino, Torquato Sironi, aveva uno studio medico, ma il pittore - come sempre - fece da sé: andò a stare in un primo momento in un albergo gestito da un amico dello zio, poi in «una stanza mobiliata appena lo spazio per muoversi perché fornita di un armadio gigantesco che ne occupa la metà - un lettino e un tavolino - una bella casa lire 120 senza riscaldamento a termosifone che è a parte. Mi ficcherò lì dentro e sarà bello lavorarci...!» racconta nel ’19 alla moglie Matilde, costretta a rimanere a Roma per mancanza di soldi: vivere in due a Milano, per ora, è impossibile. E così, Sironi si dà anima e corpo al lavoro, cercando committenti, tentando di piazzare un ritratto, un disegno, un acquaforte... Fa di tutto per entrare all’Umanitaria, l’istituto dove aveva insegnato anche Carrà: vorrebbe che la Sarfatti (sua grande estimatrice e amica) e Ada Negri si muovessero per lui, ma niente da fare. «Io non vivo più, campo alla meglio tra un sussulto e l’altro», scrive a Matilde. E intanto «i milanesi sono tutti al restaurant, mangiano bistecche e pesche grosse come fiaschi e non pensano assolutamente a niente - meno di tutti a me - di tutte le conoscenze mi sono rimasti quattro pittori altrettanto ignoranti che il sottoscritto - Le donne non esistono qui - Hanno la faccia di fagotti o di puttane».
Povertà, sofferenze, disillusioni: così passano gli anni Venti, quelli più difficili, quelli dei paesaggi urbani, delle periferie cupe, delle case desolate, ma che «hanno la nobiltà delle cattedrali», come scrive Elena Pontiggia.
Poi, con gli anni Trenta, tra dure contestazioni e i primi riconoscimenti, il passaggio alla pittura murale, il mosaico, l’affresco, l’abbandono della tela per le opere monumentali che celebrano il regime, a cui Sironi aveva aderito fin dal ’19. Il 12 dicembre 1933 scrive a Mussolini per ringraziarlo di avergli assegnato «il compito arduo di illustrare il Fascismo sulla grande parete del Salone dell’Università romana», orgoglioso della scelta e forte della volontà «di adeguare l’opera degli artisti a quell’opera grande e fierissima che è l’Italia fascista». Un’Italia che celebrerà con tutto il suo genio, cosa per la quale rischierà la vita. Entrato nella Repubblica di Salò, dopo il 25 aprile Sironi è lì lì per essere fucilato dai partigiani: a salvarlo sarà Gianni Rodari.
Dopo la guerra, crollati gli ideali politici e messi a dura prova gli affetti familiari (si divide dalla moglie, la figlia Rossana si suicida), Sironi si chiude sempre più in se stesso: la sua pittura si fa cupa e drammatica, e le sue lettere si diradano. Polemicamente non partecipa più neppure alle Biennali di Venezia. Morirà nella non-sua Milano, nel 1961. «Ha condotto una vita quasi da monaco aspra e severa - scrisse a distanza di anni l’altra figlia, Aglae - Il lavoro, da cui non ha quasi mai alzato al testa \ certo dev’essere stato un appagamento per lui, ma deve averlo inteso sempre come un dovere e una necessità, un compito a cui non si poteva sottrarre...».