Un sisma rinnova la paura dello tsunami

Due forti scosse hanno fatto temere una nuova tragedia a Taiwan. Inondazioni a Sumatra: 100 morti e 300mila evacuati

da Aceh

Morte e paura sono tornate a colpire il Sud Est asiatico a due anni dallo spaventoso sisma e dalla conseguente ondata gigantesca di tsunami che cancellò intere zone costiere dall’Indonesia alle Maldive, dalla Thailandia all’India allo Sri Lanka.
La parte settentrionale di Sumatra, soprattutto la provincia di Aceh, piange almeno 100 morti, centinaia di dispersi e 300.000 evacuati per piogge torrenziali e colate di fango che hanno sepolto nelle ultime 48 ore città e villaggi. Taiwan ha tremato ieri per due forti scosse, in rapida successione, dell’intensità del settimo grado Richter, che hanno causato un allarme di tsunami, poi rientrato. Le scosse, che hanno fatto tremare i grattacieli di Hong Kong e la Cina meridionale, non hanno provocato seri danni, eccetto il crollo di un edificio nella parte meridionale di Taiwan, che ha intrappolato sei persone, tratte poi in salvo.
Migliaia di persone in tutti i Paesi devastati dallo tsunami del 26 dicembre 2004, sollevato dal sisma di 8,9 gradi Richter con epicentro in mare aperto al largo di Sumatra, hanno preso parte ieri alle cerimonie di commemorazione, tra minuti di commosso silenzio, candele accese e lacrime in onore delle 229.361 vittime, tra morti e dispersi, secondo i dati ufficiali. Di queste, 169.000 in Indonesia, quasi tutte concentrate a Sumatra settentrionale, 35.322 in Sri Lanka e 8.202 in Thailandia. I morti di cittadinanza italiana furono 40.
In una moschea di Uleu Lheue, nella provincia di Aceh, a Sumatra nord, l’unico edificio rimasto miracolosamente in piedi dopo lo tsunami, l’imam Usman Dodi ha chiesto perdono in una predica per tutti quelli che «ci hanno lasciato due anni fa a causa dei loro peccati», in linea con la credenza popolare secondo cui lo tsunami fu un castigo delle divinità.
La moschea, sulla riva di un mare di nuovo minaccioso dopo giorni di piogge torrenziali, è una delle icone dell’immane tragedia, visitata dagli ex presidenti americani George Bush padre e Bill Clinton.
La catastrofica scossa del 26 dicembre 2004, avvenuta alle 07:59 ora locale, provocò un maremoto e poi un’onda anomala che, accumulando sempre maggiore potenza nella sua corsa, si abbatté dapprima sulle coste dello Sri Lanka, poi, via via, su quelle di Thailandia, Indonesia, India, Maldive e Malaysia, fino ad arrivare in Africa. Un massa imponente d’acqua, alta molti metri, che provocò morte e distruzione prima investendo le coste, e poi quando si ritirò verso il mare aperto trascinando con sé centinaia di persone.
Due anni dopo quella tragedia, il turismo nell’area è tornato e ha perfino superato i livelli del 2004, ma due terzi degli sfollati ancora non hanno riavuto la casa, mentre gran parte dei fondi non risultano ancora inviati, e soprattutto i sistemi di sicurezza progettati sono stati realizzati solo in scarsa misura. È il duro atto d’accusa contenuto in una inchiesta dedicata dal giornale inglese Independent al bilancio della ricostruzione del dopo-tsunami. La gara di solidarietà che mobilitò l’intera comunità internazionale all’indomani del cataclisma, insomma, fu largamente inutile.
Se la tragedia si ripetesse, scrive il quotidiano, troverebbe «l’area del tutto impreparata». Se non altro perché «solo una frazione dei dispositivi di allarme e di misurazione del livello delle acque sono attivi, nonostante l’allarme dei geologi per i quali la catastrofe si potrebbe verificare di nuovo in qualsiasi momento».