Il Sismi: «Cellule islamiche pronte a colpirci»

Pollari: rischio alto ma non abbiamo indicazioni sui possibili bersagli

da Roma

Non c’è una data né un’informativa mirata. Non si conosce l’obiettivo possibile e nemmeno quello probabile. Non è chiaro quale sia la città predestinata (anche se Roma ha i favori del macabro pronostico) e quale la modalità d’azione prescelta. L’unica cosa se non certa, altamente probabile, è che prima o poi un attentato si farà anche in Italia. Non parla di percentuali di rischio, il direttore del Sismi, Niccolò Pollari. Sfruttando le ultimissime indicazioni della sua «sezione controterrorismo» nella sede del Copaco tratteggia uno scenario quantomai preoccupante sintonizzandosi sulla stessa lunghezza d’onda del ministro dell’Interno, Beppe Pisanu.
Le veci di Pollari, per i giornalisti, le fa il sempre loquace presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, al termine dell’audizione del responsabile degli 007 militari: «Cellule terroristiche - dice Enzo Bianco - sono potenzialmente in grado di colpire in Italia. Diciamo, senza allarmismi, che l’Italia è a rischio; c’è la consapevolezza che è uno dei possibili bersagli di attentati, non ci sono informative precise e puntuali in merito ma le analisi della nostra intelligence portano a ritenere l’Italia un possibile bersaglio».
Cellule in sonno, o «dormienti», dal nord al sud della penisola potrebbero anche aver già ricevuto l’ordine di svegliarsi per guardare al futuro in un’ottica diversa, più operativa, strettamente militare. Sarebbero quelle stesse cellule (sette le più temibili) che le forze dell’ordine e i Servizi tengono al momento sott’osservazione e che si sono contraddistinte solo per la loro azione di mero supporto logistico (documenti falsi, arruolamento di mujhaiddin per la Jihad, finanziamento eccetera) alle più ramificate holding del terrorismo internazionale. «Già oggi - ribadisce Bianco - cellule logistiche sono potenzialmente in grado di colpire. Per questo, senza fare allarmismi, va detto che il nostro Paese è a rischio». Anche perché, sulla falsariga del «poker d’assi» servito da Al Qaida nel centro di Londra, la convinzione dell’intelligence italiana è che la cellula inglese sia una carta del medesimo mazzo. C’è una Grande Mente comune dietro l’offensiva europea. «La percezione che noi abbiamo è che si tratti probabilmente di un’attività che gode di coperture, appoggi e di una regia più vasta - aggiunge il presidente del Copaco traducendo l’audizione di Pollari -. Torna quindi il concetto di “rete” che è l’elemento di forza di Al Qaida, una rete che muove le singole cellule».
Il rischio concreto, dunque, è quello del kamikaze autoctono, fatto e cresciuto in casa. Come a Madrid. Come a Londra. Terroristi integrati, naturalizzati, con permessi di soggiorno, incensurati, vicini di casa insospettabili, regolarmente presenti nel nostro Paese e non necessariamente «importati» per la bisogna. Gente che cambia camaleonticamente ragione di vita non appena riceve la prima «chiamata», e che in previsione del martirio è addestrata a fare la vita di sempre, a non destare sospetti.
Il generale Pollari ha parlato di 400 estremisti da tenere d’occhio soprattutto al centronord, oltre a un lungo elenco di «centri islamici», «aree di discussione», luoghi di culto, circoli di beneficenza e associazioni culturali considerati «sensibili» alla formazione di colonne integraliste, dal Piemonte alla Campania. Le normali attività religiose e filantropiche in alcuni casi nasconderebbero ben altre finalità.
L’audizione di Pollari ha così rilanciato trasversalmente l’idea di una super procura antiterrorismo. Se lo auspica il presidente del Copaco, Enzo Bianco, lo sollecita Maurizio Gasparri di An: «Dopo aver ascoltato il direttore del Sismi esco rafforzato nella mia convinzione che è necessaria una procura nazionale antiterrorismo. Dirò al mio gruppo di avviare un’iniziativa in proposito. Il quadro tratteggiato dal direttore del Sismi indica che questa, per l’intelligence, è una fase delicata e ricca di lavoro. C’è necessità di un’attenta vigilanza». A margine dell’audizione il responsabile del servizio segreto ha alzato la voce solo quando si è trattato di affrontare il capitolo di Abu Omar, l’imam della moschea di viale Jenner sequestrato - secondo la procura di Milano - da un commando della Cia. «Noi non abbiamo saputo nulla del sequestro, e nessuno, dico nessuno, ci ha mai informati della presenza degli agenti segreti americani». E chi vuol intendere, intenda.