Sismi, Mancini a casa. «Sanno che è innocente»

L’accusa: qualcuno tra i suoi collaboratori potrebbe aver comunque lavorato per la Cia. Segretato l’interrogatorio di Pignero

Stefano Zurlo

da Milano

Un lampo. È il sorriso di Marco Mancini che attraversa il finestrino della Audi 6 blu in uscita da San Vittore. Il primo capitolo dell’inchiesta sul Sismi si chiude alle 20.30 di una sera d’estate con una mossa sorprendente: Marco Mancini lascia il carcere e va agli arresti domiciliari, scortato dal fratello e dai difensori. «Le esigenze cautelari - scrive il gip Enrico Manzi - sono affievolite», ma non è ancora possibile concedergli la piena libertà perché «devono ancora essere approfondite le affermazioni dell’altro principale coindagato, il generale Gustavo Pignero», a sua volta ascoltato nel pomeriggio.
Gli avvocati Luca Lauri e Luigi Panella però non usano mezzi termini: «Mancini è estraneo a tutta questa storia, ha fornito già venerdì la prova provata che lui non ha sequestrato nessuno, dovrà essere reintegrato al più presto nelle sue funzioni». Possibile? Per i pm di Milano, Mancini e Pignero sono «sicuramente responsabili di aver diretto la struttura del Sismi che partecipò alla preparazione e all’esecuzione del sequestro». Dunque?
Evidentemente Mancini ha fornito elementi che ora sono al vaglio dei magistrati e che potrebbero riabilitarlo in tempi molto brevi. Stazione di partenza le intercettazioni dei mesi scorsi: dalle conversazioni fra Mancini e Pignero si ricava che gli americani fecero circolare negli ambienti del Sismi il proposito di far sparire dalla circolazione l’ex imam di Milano, effettivamente rapito da un commando della Cia in via Guerzoni il 17 febbraio 2003. Ma gli stessi dialoghi, double face come spesso capita in queste indagini, offrono anche gli sfoghi di Mancini: il numero due del Sismi fa capire di aver parlato dell’operazione con i suoi uomini, ma aggiunge di aver rispedito al mittente la proposta illegale. Forse ha dato una lettera, o un documento che testimonierebbero la sua correttezza.
Sono ipotesi, ma la difesa che solo la scorsa settimana sembrava chiusa in un vicolo cieco, pare aver imboccato la strada giusta. Certo, Mancini nelle dieci ore di interrogatorio spalmate fra venerdì e sabato, ha fatto nomi, ha spiegato l’organigramma del suo gruppo, sicuramente ha chiamato in causa le persone che condivisero le informazioni riservate sul caso Abu Omar. La sua collaborazione, però, non è una resa, un’ammissione di colpevolezza, semmai costringe i Pm ad ulteriori faticosi riscontri. Come hanno agito i singoli militari coinvolti in qualche modo in questa storia? Qualcuno fra i collaboratori di Mancini potrebbe comunque aver lavorato per la Cia, come si ricava dall’imponente documentazione nelle mani dei Pm. Si tratta ora di capire lo spessore di queste figure: solo qualcuno al di sotto di Mancini nella scala gerarchica o, al contrario, anche 007 di altissimo livello?
Non è detto che Mancini conosca tutto il tortuoso sviluppo della storia. E nemmeno si è ancora stabilito se la richiesta di collaborazione degli yankee sia stata avallata dall’autorevole benedizione di qualche politico. L’inchiesta attraversa una sorta di terra di nessuno dentro il perimetro del Sismi e delle istituzioni. E i magistrati continuano a raccogliere elementi, indizi, fonti di prova. Così viene interrogato, con la pesantissima accusa di concorso in sequestro di persona, l’ex capocentro di Torino Alfredo Di Troia, il cui nome non compare nell’ordine di custodia. Forse è stato proprio Mancini a spiegare il suo «ruolo» accendendo così la curiosità dei pm. Contemporaneamente viene risentito Giuseppe Ciorra, ex braccio destro di Mancini, finito nei guai per un pernottamento assai sospetto al Principe di Savoia di Milano fra il 28 gennaio e il 2 febbraio 2003. Gli stessi giorni in cui nel grande albergo milanese risiedeva una squadra di sei agenti della Cia. Infine, lontano dal palazzo di giustizia viene ascoltato proprio Pignero, all’epoca dei fatti diretto superiore di Mancini. Tre ore di domande e risposte, poi il verbale viene segretato.
Interrogatori e nuove iscrizioni nel registro degli indagati si susseguono con cadenza quotidiana. In serata filtra un’altra indiscrezione: anche il capocentro di Bologna sarebbe indagato. E Titta Madia, legale di Pio Pompa, l’alto funzionario dell’intelligence che guidava la struttura di via Nazionale a Roma, smentisce un’altra presunta rivelazione: «Non c’erano talpe del Sismi alla Telecom».