LA SIT-COM DI «CASA TURSI»

Ormai, siamo alla sit-com. «Casa Tursi», per la precisione.
La trama è sempre simile. Nella prima puntata, ad esempio, il Comune di Genova decideva di dare il voto agli immigrati, nonostante la Costituzione non ne prevedesse affatto la possibilità. Che è un po’ se le Giovani Marmotte approvassero il proprio statuto, decidendo che da domani Qui, Quo e Qua sostituiscono il Gran Mogul a rotazione. Liberissimi di farlo, certo, ma nessuno si sognerebbe di dare valore giuridico alla riunione dei tre nipotini. In Comune a Genova, invece, succede. E, ovviamente, succede che il Consiglio dei ministri bocci tutto l’incartamento, derubricandolo nè più, nè meno a quello che realmente è: carta straccia. Nella seconda puntata di «Casa Tursi» il Comune insiste con il suo personalissimo voto agli immigrati, i consiglieri di Alleanza Nazionale e di Liguria Nuova reagiscono duramente a colpi di ricorsi e inizia una battaglia di diritto amministrativo davanti al Tar e al Consiglio di Stato che vede il più illustre e bravo amministrativista italiano, Beppe Pericu, soccombere regolarmente. Oggi, siamo alla terza (quarta? quinta? centesima?) puntata di «Casa Tursi». A dire il vero, abbiamo perso il conto perchè è un po’ come Beautiful, eternamente uguale a se stessa. Il Comune fa un ricorso, la giustizia glielo boccia e il Comune ne fa un altro. Sembra un po’ quelle filastrocche per bambini, una Fiera dell’est meno divertente e immaginifica di quella scritta da Angelo Branduardi, dove al posto del «topolino che mio padre comprò» , c’è il «ricorso che il mio sindaco fece».
Chi si occupa di spettacolo, sa che quando la trama è quella che è, il lavoro duro passa agli sceneggiatori. Che devono spremere tutta la loro fantasia per trovare battute in grado di tenere la scena. Ecco, in questo difficile esercizio, ieri il sindaco di Genova Beppe Pericu si è superato: «Il nostro ricorso ha un doppio obiettivo: da un lato solleva la questione della reale autonomia degli enti locali». E fin qui, se ne può discutere. Ma è «dall’altro lato» che arriva il pezzo forte: «il ricorso vuole tenere vivo il dibattito sulla questione del voto agli immigrati». L’intento, magari, sarà pure lodevolissimo, ma visto che ogni ricorso costa e che il Comune piange miseria un giorno sì e l’altro pure, lamentandosi dei tagli di quei cattivi del governo, forse sarebbe meglio «tenere vivo il dibattito» senza perdere mesi in tribunali. E tutto questo avviene nel silenzio di gran parte dell’opposizione di centrodestra, impegnatissima a guardare il proprio ombelico.
A voi, «Casa Tursi» fa ridere? A noi, no.