Skettinen e la strage di afghani ignorata in Germania

Il massacro di civili ordinato dal colonnello Klein costò il posto al ministro della Difesa: una pagina vergognosa nella guerra che il settimanale ha rimosso

Pusillanime, bugiardo e pernicioso. Un perfetto Schettino. E per di più d’ottima razza germanica. Prima di sparar a zero sulla vil razza italica quelli di Der Spiegel farebbero meglio a far un salto in archivio e ripassarsi le gesta afgane del teutonico colonnello Georg Klein. Grazie a quella composta pausa di riflessione rammenterebbero d’avere in casa un tipino umano capace di far impallidire le gesta del nostro «Capitan paura». Un Pinocchio in divisa terrorizzato dall’idea d’affrontare il nemico. Un comandante pavido e codardo pronto, pur di non combattere, ad autorizzare un bombardamento costato la vita a oltre cento civili afgani. Quello spensierato massacro costringerà alle dimissioni il ministro della Difesa tedesco Franz Josef Jung e verrà ricordato come una delle pagine più nere della missione Nato in Afghanistan.
Tutto inizia la notte del 4 settembre 2009. Verso le dieci Oberst Georg Klein, il colonnello comandante della base tedesca di Kunduz nel Nord dell’Afghanistan, apprende dell’attacco talebano a un convoglio della Nato a 7 chilometri di distanza. I suoi soldati non si fanno molto onore. Sparacchiano qualche colpo, ma non riescono a impedire che i talebani sgozzino due autisti e se ne vadano con due autocisterne piene di carburante. Klein potrebbe ordinare una missione di soccorso. Ma preferisce starsene al caldo affidandosi alle informazioni raccolte da un informatore afgano e alle immagini trasmesse dalle telecamere di un aereo senza pilota.
Il problema si pone qualche ora dopo quando le due autocisterne restano impantanate in mezzo a un fiume e la gente di un villaggio vicino accorre con cisterne e taniche per far razzia di benzina. Sarebbe l’occasione buona per intervenire, recuperare le due cisterne e catturare i talebani, ma Klein preferisce non rischiare e chiedere un raid aereo. L’intervento non è però automatico. Per ottenerlo, Klein deve garantire che sarà indispensabile per salvare la vita dei propri soldati e non mettera a rischio quelle di eventuali civili afghani. Il colonnello sa bene che là fuori non c’è neppure l’ombra di un marmittone tedesco. Le telecamere termiche e a infrarossi del drone gli permettono, inoltre, di distinguere gli oltre 500 umani assiepati intorno alle autocisterne. Per di più nello schermo gli arrivano le immagini trasmesse da un F15 americano in volo sopra il fiume. In cuffia sente, invece, la voce del pilota che gli chiede se è sicuro del via libera.
Il problema, in quei momenti concitati è la coscienza sporca di Oberst Klein. Il colonnello sa di essersi fatto portare via un convoglio senza reagire. Ora vuole riscattare il proprio orgoglio teutonico, dimostrare di saper impartire ordini con fredda decisione, provare di essere, come scriverebbe Der Spiegel, un ufficiale di «razza tedesca». Così per decidere si affida agli occhi dell’unico informatore afghano presente sulla scena dell’azione. Che ben felice di accontentarlo gli regala la risposta attesa. «Certamente tutti talebani signor colonnello». Soddisfatto di quella conferma mai verificata Oberst Klein pronuncia l’ordine fatale. Alle due e mezzo un grappolo di bombe teleguidate GBU 38 da 250 chili esplode in mezzo alla folla. Quando sette ore dopo il comando Nato di Kabul pretende un rapporto dettagliato Oberst Klein e i suoi superiori di «razza tedesca» trasmettono resoconti approssimativi che mandano su tutte le furie il generale americano Stanley McChrystal.
A pubblicare in Germania il resoconto di quelle comunicazioni stracolme d’omissioni ci pensa lo stesso Der Spiegel. L’aspetto più sconcertante di quel rapporto riservato sono le menzogne. Prima quelle pronunciate dal colonnello Klein per giustificare l’inutile e perniciosa richiesta d’intervento aereo. Poi quelle del generale Jorg Vollmer, comandante all’epoca di tutte le truppe tedesche in Germania. Ma in Germania nessuno si scandalizza. L’opinione pubblica non grida al disonore come noi italiani. Accetta di buon grado che i militari insabbino la faccenda in cambio delle dimissioni del ministro Franz Josef Jung.
Per lavare le coscienze di tutti e dimenticare la calda notte di Oberst Klein basteranno i 5000 dollari versati dal governo tedesco a ciascuna delle 102 famiglie dei civili afghani fatti a pezzi nel bombardamento. Un lavaggio così efficace da cancellare persino la memoria dello Schettino dell’epoca. Uno Schettino che, a differenza di quello di vil razza italica, non ha neppure pagato di persona. Perché la razza tedesca e i suoi giornali non sono come noi italiani. Loro le regole le conoscono bene. Loro i panni sporchi li lavano solo a casa propria.