Gli Skiantos: siamo tutti un po’ razzisti

Il gruppo torna dopo cinque anni con "Dio ci deve delle spiegazioni" dove affronta ironia la paura del diverso 

Gli Skiantos
Intanto bisogna ascoltarlo, questo cd. Prima la musica, però, e i testi soltanto dopo. Gli Skiantos tornano dopo cinque anni con le nuove canzoni di «Dio ci deve delle spiegazioni» e tanto per cominciare si dimostrano signori musicisti: c’è, in ciascun brano, quell’atmosfera tipica delle band che suonano sul serio. «E dire che abbiamo alle spalle più di trent’anni di carriera» dice Fabio «Dandy Bestia» Testoni, uno che domina la chitarra come si deve, senza mostrare troppi virtuosismi (che senso avrebbero qui?) ma dimostrando una rara confidenza con accordi e scale pentatoniche. Perché, signori, la musica è pur sempre una cosa seria, anche quando i testi si prendono licenze demenziali e arrivano a dire cose del tipo «meno internet più cabernet». Insomma lui, il Dandy Bestia, è l’anima degli Skiantos insieme con l’altro genialoide Roberto «Freak» Antoni, uno che senz’altro lo conoscete perché scrive libri e articoli premiati qui e là da decenni. In poche parole, in «Dio ci deve delle spiegazioni», uno suona, l’altro canta e a corredo ci sono altri tre musicisti (Luca «Tornado» Testoni, Max «Magnus» Magnani e Gianluca «La molla» Schiavon) che ci danno dentro come un gruppo rock agli esordi arrivando persino a schitarrare una sorta di «liscio metal» come «Senza vergogna». Sarà per questo, per questa libertà assoluta, che gli Skiantos hanno venduto la loro bella dose di dischi (soprattutto «MONOtono» e «Ti spalmo la crema»), ma sono soprattutto popolari. Dici demenziale e dici Skiantos. «Saremo rivalutati dopo morte», scherza Freak Antoni, uno che scrive frasi in libertà su qualsiasi superficie trovi a portata di penna. Già, ma che cos’è il demenziale? Il demenziale è il racconto dell’attualità da una prospettiva che gli intellettuali potrebbero definire futurista o dadaista ma che, più semplicemente, è quella dei «cronisti del buon senso con il ghigno sulle labbra». Di sinistra, certo, ma mai integralista. Troppo disincantati, loro, e troppo colti per perdersi in integralismi purchessia. Tanto per spiegarci, in questo cd c’è il brano «Il razzista che c’è in me», che spiega il razzismo molto più coraggiosamente di quanto abbiano fatto finora tanti altri cantanti italiani. «In un certo senso – spiega Freak Antoni – siamo tutti razzisti. Le manifestazioni peggiori del razzismo sconfinano poi nella stupidità criminale. Ma la paura ontologica dell’altro è diffusa, latente, quasi inevitabile ma non incurabile». Criticati ai tempi perché troppo aggressivamente scanzonati – a fine Settanta dal palco tiravano ortaggi al grido di «Largo all’avanguardia, pubblico di merda» -, gli Skiantos sono stati raggiunti dall’attualità e, tra cafonal e insultopoli e coronate varie, oggi rischiano di essere addirittura meno volgari della realtà. «Però abbiamo la presunzione di pensare che la nostra ironia non sia più un ostacolo per il grande pubblico come è stato in anni passati». E sarà così: brani come il singolo Testa di pazzo e Io sono un perdente sono autentici slogan certo irruenti molto ma molto meno aggressivi di tanti show in tv. E, soprattutto, si ridono addosso. «La mancanza di autocritica è una debolezza», spiega Freak Antoni riferendosi anche alla politica, a quella sinistra di Veltroni e D’Alema che adesso mostra una clamorosa «slegatura dalla base elettorale». Va bene, ma perché avete atteso cinque anni prima di registrare un altro cd? «Perché abbiamo aspettato le canzoni giuste», riassume Dandy Bestia regalando, magari senza volerlo, l’esatta definizione di un gruppo rock che per essere demenziale, deve impegnarsi con serietà. E trovatene altri così (hanno quasi 60 anni, mica sono liceali).