Sky contro il governo per tenersi i vantaggi

Uno spot in tv invita gli abbonati alla rivolta. Dal 1995 la pay tv godeva di un regime fiscale dimezzato rispetto alle altre reti. E la guida programmi ha avuto 25 milioni di euro di &quot;aiuto&quot; dallo Stato. Murdoch: <strong><a href="/a.pic1?ID=310679">da simbolo dell'imperialismo a &quot;zio Rupert&quot;
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Milano - Si diceva sarebbe arrivata una letterina a casa dei 4.6 milioni di abbonati, per spiegare l’aumento improvviso del canone con quell’odiosa, ingiusta tassa del governo, un privilegio di cui la pay tv beneficia da anni. Invece la campagna di Sky contro la norma sull’Iva è partita subito armi in pugno e ha sfruttato il mezzo più naturale, il satellite, per diffondere il messaggio di battaglia tra gli italiani collegati col decoder, scegliendo il muro contro muro col governo.

Un promo di 1 minuto ripetuto durante tutta la giornata sui 130 canali della piattaforma, immagini dalla conferenza stampa di Berlusconi e Tremonti e sotto la voce dello speaker che denuncia l’abuso e invita gli abbonati a ribellarsi: «Se credete che questa decisione sia sbagliata scrivete una mail alla segreteria del premier».
Il raddoppio dell’Iva, spiegano da Palazzo Chigi, riporta il regime fiscale al livello ordinario (il concorrente Mediaset Premium, per esempio, paga già l’Iva al 20%), cioè toglie uno sconto introdotto nel 1995 (governo Dini) per contrastare il duopolio Rai-Mediaset e venire incontro a nuovi editori e nuovi media, com’era allora la pay tv satellitare (si chiamava Tele+). Adesso, dopo 13 anni, il satellite non può più essere considerato una nuova tecnologia, come testimonia la penetrazione capillare di Sky nel territorio, facilitato in questo anche da prezzi competitivi possibili grazie a un’Iva agevolata. Il nuovo regime fiscale andrebbe a gravare (in modo considerevole, 270 milioni) su una società però solidissima, cresciuta costantemente negli ultimi anni e che solo con la programmazione dei 26 canali porno in pay-per-view incassa qualcosa come 2 milioni di euro alla settimana.

Le preoccupazioni dell’ad Tom Mockridge riguardano i ritocchi agli abbonamenti e il rischio «disdetta» (aumenti dai 4 ai 6 euro a seconda dei pacchetti), ma anche gli obiettivi economici dell’azienda. Sky sperava, proprio quest’anno, di portare profitti veri agli azionisti della capogruppo americana, obiettivo che ora, costretta a lasciare allo Stato il 10% in più, potrebbe essere costretta a rivedere.
Sky poi ha le spalle ben coperte da un colosso, la Newcorp di Rupert Murdoch, che è il terzo gruppo editoriale al mondo e che spazia tra giornali, tv, internet, cinema e case editrici, un impero che si estende dalla Cina all’Inghilterra.

La controllata italiana di Newscorp è di fatto il terzo polo tv italiano, ma gode ancora di un trattamento speciale. Sky per esempio non è obbligata a investire nel cinema italiano, mentre Rai e Mediaset sono tenuti a sottoscrivere con Anica ogni anno un contratto per destinare al cinema tricolore una quota dei propri ricavi. Finora Sky lo ha fatto per scelta industriale, e anche per connotare di italianità una società che rischiava di essere percepita come straniera (questa all’inizio fu la preoccupazione diffusa proprio a sinistra per lo sbarco del tycoon Murdoch). E secondo molti il rinnovo del contratto col cinema italiano potrebbe essere un’arma di negoziazione di Sky al tavolo governativo (60 milioni l’investimento nel 2007).

Poi c’è il fatto di utilizzare un decoder «proprietario», questo significa che Sky può decidere chi entra e chi no nella piattaforma, che può scegliere dove (in che canale) piazzare una nuova tv, nei posti buoni oppure nel calderone tra l’800 e il 900 (dove è finita la Redtv di D’Alema...), e che un editore che voglia fare pay tv se vuole stare lì deve utilizzare la tecnologia di criptaggio di cui è proprietaria Sky. Ma una mazzata pubblica era già arrivata, ma da sinistra con il governo Prodi, quando il sottosegretario all’Editoria, Ricky Levi, tolse il rimborso postale per il Magazine di Sky (la guida tv spedita a tutti gli abbonati). Un altro aiuto statale (di 25 milioni di euro) che ora non c’è più.