«Slava’s Snowshow», quando il clown è poesia

Giovanni Antonucci

Slava's Snowshow, in scena al Teatro Valle di Roma e poi in tournée, è l'opposto del Cirque du Soleil. Se quest'ultimo è il trionfo degli effetti speciali, lo spettacolo di Slava e dei suoi clown è la poesia del circo e insieme il suo senso del comico, del grottesco e dell'imprevisto. Il russo Slava Polunin ha riscattato il clown dal circo per farne il protagonista di un vero spettacolo teatrale rappresentato in tutto il mondo. Al centro della scena c'è lui con la sua modesta tuta gialla, il gran naso posticcio, la sciarpa e le babbucce rosse. È un clown doverosamente comico ma talvolta triste. In una scena fra le più originali, che ricorda Beckett, vuole impiccarsi, ma la corda non finisce mai e gli è impossibile farlo. In altre scene, è un clown poetico che gioca con i palloni, ma in altre, lui e i suoi colleghi cercano un contatto fisico con gli spettatori, avvolgendoli in una tela di ragno, invitandoli a giocare insieme con palloni e palloncini, portandoli sul palcoscenico per diventare anch'essi attori. Lo spettacolo è di grande impatto sul pubblico, anche se non manca qua e là qualche effetto facile. Il finale è travolgente, con Slava che avanza in mezzo al ghiaccio in un paesaggio polare, mentre le scenografie si muovono insieme a lui e una tempesta di neve si abbatte sugli spettatori. Dietro il suo spettacolo ci sono certamente la gloriosa tradizione circense russa e un grottesco alla Gogol ma anche la lezione di Chaplin e di Marcel Marceau, senza trascurare la clownerie dei film di Federico Fellini.