«Gli slavi giocarono a palla con la testa di mio padre»

«Gli slavi torturarono a morte mio padre. Non contenti, lo decapitarono per estrargli due denti d’oro. E poi, per sfregio, con la sua testa ci giocarono a palla, sui binari del treno. La sua “colpa”? Era italiano». A parlare è Nidia Cernecca, esule istriana, vedova e madre di tre figli. Oggi vive a Verona. Nacque a Gimino d’Istria nel 1936. Nel 1943 suo padre Giuseppe, semplice impiegato comunale, venne arrestato e, dopo un processo-farsa, fu torturato e ucciso dai miliziani comunisti italiani e slavi. L’uomo venne decapitato e con la sua testa fu giocata una macabra partita di pallone. In quel maledetto settembre 1943, mese fatale per le sorti dell’Italia, vigeva il machiavellico disegno espansionista di Tito, che identificava tutto ciò che era italiano con il Fascismo, riuscendo così ad unire i comunisti slavi con quelli italiani. Allora Nidia Cernecca aveva solo sette anni. Eppure il ricordo di quelle atrocità inferte a suo padre è scolpito nella sua mente, come un chiodo che le trafigge il cuore, ogni attimo. In questi giorni, in coincidenza delle celebrazioni del Ricordo dei martiri delle foibe e del dramma degli esuli, Cernecca sta girando in lungo e in largo l’Italia, con Gigi D’Agostini, ricercatore storico ed esule da Capodistria, tra convegni e incontri nelle scuole, «per la verità storica e contro la mistificazione», spiega lei. Che aggiunge: «Mi sento una combattente, ma vorrei tanto diventare una reduce. Vorrebbe dire che la mia guerra contro la falsificazione storica sarebbe finita. Lo volesse il Cielo. Io, intanto, non mi arrendo». Quella di Nidia Cernecca è una missione di verità. È presidente dell'associazione nazionale dei congiunti dei deportati italiani in Jugoslavia infoibati, scomparsi e uccisi. Un nome lunghissimo, che ci tiene però a specificare, integralmente. Per maggiori informazioni, anche sui tre libri da lei scritti, basta visitare il sito www.nidiacernecca.it.
Ha avuto un risarcimento dallo Stato Italiano?
«L’elemosina, come tutti. Non saprei quantificarlo. Ad esempio, per le tre attività dei miei nonni materni, morti esuli, io e mia sorella abbiamo avuto 750mila lire a testa».
Prospettive future?
«Scusi, ma lei così mi provoca. Proprio in questi giorni si parla di far entrare la Croazia in Europa. Davvero un “bel” regalo per far celebrare a noi esuli la Giornata della Memoria, fissata per il 10 febbraio. Ma, dico, non si poteva almeno avere la delicatezza di scegliere un altro periodo? È un affronto far entrare in Europa la Croazia senza che abbia risarcito gli enormi debiti morali ed economici a noi italiani. Non dimentichiamoci che ci hanno massacrato anche dopo la fine della guerra. Per anni».
Se la sente di raccontare cosa accadde a suo padre?
«Mia madre lo vide passare sotto casa trascinato da una catena per buoi. Aveva sulle spalle la croce del suo calvario: un pesante sacco di pietre col quale lo avrebbero lapidato. Tra calci, insulti e percosse lo hanno fatto camminare per cinque chilometri, fino al bosco di Monte Croce. Qui lo hanno finito di massacrare, legato ad un ciliegio, per poi decapitarlo e portare la sua testa da un orologiaio per estrargli due denti d’oro. E pensare che mio padre, che a quel tempo lavorava in Municipio, non voleva credere a queste condanne senza colpa. Era stimato e amato da tutti. Una volta arrestato, non lo vedemmo più. Il capobanda Ivan Motika venne in casa nostra ad annunciare con fierezza la sua morte. Ricordo le sue minacce di morte se avessimo tentato di recuperare il corpo».