«Slipstream», piace a metà l’Hopkins che dirige

da Locarno

«Dino? Sei tu? Ma Hopkins lo fa o non lo fa Hannibal IV? Cosa? Vuole più soldi? Vaffanculo!», urla John Turturro, nel ruolo d'un produttore pazzo (dall'altro capo del filo si suppone De Laurentiis, producer di Blue Dragon) ed esaltato come tutti quelli del mondo del cinema, ora ritratti in Slipstream, il film scritto, diretto, interpretato e musicato dal premio Oscar Anthony Hopkins, che debutta nel lungometraggio. A sessantanove anni, l'attore si cava lo sfizio di prodursi, davanti e dietro la cinepresa, in un film sperimentale (ma dopo la proiezione, si parlava di pasticcio imbarazzante), ieri in competizione al Festival svizzero. La solerte moglie Stella Arroyave, qui attrice nello stesso ruolo della vita vera (fa Gina, sposata al protagonista Hopkins, nei panni d'uno sceneggiatore completamente fuso), a un certo punto gli ha sentito il polso, carezzandogli la mano per nascondere il gesto allarmante. Che non sia in forma, il bravo artista ieri stazzonato come la sua giacca di lino e la camicia verde pisello, lo si capisce già dal marasmatico flusso di immagini, da lui assemblate per associazione. Hitler e James Dean, il deserto del Nevada e gli orologi a cucù, Stalin e Dolly Parton, il neoregista getta in faccia allo spettatore una Hollywood Babilonia, a tratti disturbante. E se la Festa di Roma non ha potuto (o voluto) accaparrarsi Slipstream, nessuna grave perdita. Tanto più che la signora Hopkins ha ribadito: «Preferivamo venire qui a Locarno, festival dallo spirito indipendente».
«Sono un ribelle e ho voluto confondere tutti, farli impazzire con un film, nel tipico stile indipendente Usa», ha spiegato sir Anthony, intercalando sorrisi di sufficienza e frasi lapidarie a sguardi fissi in terra, come intento ad ascoltare una vocina di dentro. «Ho girato una pellicola non convenzionale, intrigato dal mondo dei sogni e del subconscio. La vita è gioco, illusione: si nasce e si muore. E quel che sta in mezzo, la chiamiamo esistenza. Certo, avevo perso la voglia di recitare e dirigere un film è stata una sfida, sebbene non sia sicuro d'aver fatto la cosa giusta».
Apparentemente umile, Hopkins non è certo modesto quando, con gigioneria da attore consumato, incarna Felix, lo sceneggiatore che ha nove vite come l'omonimo gatto e che si aggira nel deserto di Palm Springs con aria allucinata, a bordo d'una Chevrolet rossa, un Panama sulla testa zeppa di scene cinematografiche. E le frequenti citazioni da L'invasione degli ultracorpi, ambientate nel look anni Cinquanta a cura di Dante Spinetti, non aiutano a capire molto. «Il deserto è una metafora della vita del protagonista, sterminata distesa priva di consolazioni. Ho lavorato su una libera associazione, anche per quanto riguarda le strutture musicali, alquanto complesse», dice Hopkins, non vedendo l'ora di andarsene via dai fotografi. Nel finale il suo sceneggiatore muore di stress e di malinconia e una cert'aria autobiografica, in Slipstream, comunque circola. Christian Slater, presente anche lui, ieri, alla conferenza stampa di lancio, ha accettato subito la parte del cinico gangster-attore, afflitto dal disturbo bipolare, classico di chi confonde la realtà con la fantasia. «Io non ho illusioni. Il mio film non ne ha. La vita è un gioco. Come l'industria del cinema», chiude Hopkins, mentre le palpebre gli calano sempre più sui celebri occhi di puro disincanto.