Slittino, l’Italia scivola nell’oro

Paolo Marchi

nostro inviato a Cesana

Era iniziata pessimamente la domenica d’oro del carabiniere Armin Zoeggeler ed è finita nel migliore dei modi, con quella medaglia d’oro per vincere la quale a novembre ha iniziato a isolarsi sempre più con la testa dal mondo esterno, lasciando che vi entrasse solo chi lo poteva aiutare o con l’affetto (la compagna di una vita, Monika, e i loro figlioletti) anche per lenirgli il dolore per la scomparsa a Natale della madre Rosa, o con suggerimenti agonistici. Poco o nulla di tutto il resto a iniziare dalla stampa alla quale ieri ha inviato un bonario invito, sicuro che tanto non cambierà nulla: «Lo slittino è altamente spettacolare e bello da praticare. Io mi sono abituato a essere cercato alle Olimpiadi, ma il mio è uno sport che andrebbe seguito e propagandato di più».
E lui potrebbe essere il traino, la calamita. Un’inviata americana gli chiederà se si sente un eroe nazionale, primo oro italiano nei Giochi italiani, e lui scuoterà la testa, con quella faccia che assomiglia molto a quella di Zidane, nei tratti e nello sguardo, certo non nei capelli (Armin li ha ancora tutti). «Io sono solo me stesso, uno a cui piace la vita semplice del maso. È la gente che mi vede in tanti modi, sempre di più dopo un nuovo successo». E quello di ieri è il secondo oro olimpico consecutivo, terzo azzurro al bis nella stessa specialità: prima Tomba in gigante (Calgary ’88 e Albertville ’92), poi, ancora in gigante, Deborah Compagnoni (Lillehammer ’94 e Nagano ’98).
Ma che fatica. E si pensi che dopo la prima giornata, il russo Demtschenko, più pesante di dieci chili, era a 158 millesimi, lo statunitense Benshoof a 233 e il lettone Rubenis a 278 dopo due manche da 52 secondi l’una. E come si è svegliato male ieri: mal di testa e mal di gola. Nascerà così una terza manche nel segno del russo, bravo a rosicchiare 34 millesimi che sembrano niente, ma «in questa pista, molto tecnica e poco conosciuta – commenterà l’altoatesino – ci vuole niente, un attimo e sei giù dallo slittino cappottato».
Questo a metà pomeriggio. Poi il buio del tardo pomeriggio per la quarta e decisiva discesa. Le telecamere lo seguiranno spesso nello spogliatoio comune a tutti. Quando manca circa un’ora al suo momento, inizia il rito della vestizione, via maglie e t-shirt da riscaldamento fino a restare a torso nudo, poi quello che serve in gara, alternando il mettersi un capo al ripercorrere con la mente il tracciato. Distesi, piedi in avanti, su un mezzo che pesa 23 chili, il percorso non lo guardi. C’è quasi la proibizione di alzare il capo perché si curva a memoria, contando mentalmente i secondi, e spostando di un niente un piede o una spalla, al massimo leggendo qualche dettaglio in alto, un numero, un legno, un pilone.
Armin deve scendere per ultimo, alla fine rimarrà padrone dello stanzone, per ritrovarsi un minuto dopo esserne uscito pure lui padrone del mondo. Mentre ripassava per la decima o centesima volta le 19 curve, Rubenis, che aveva scavalcato l’americano nella terza manche, si confermava terzo, regalando al suo Paese la prima medaglia della storia a livello di Giochi d’inverno. Poi Demtschenko, uno che si era presentato con buone credenziali e tanta esuberanza.
Velocissimo, supera il lettone e poi lo raggiunge nell’angolo riservato ai leader e assieme inchiodano gli sguardi sul monitor. C’è Zoeggeller. Scende il silenzio. Armin perde alla spinta 18 millesimi dei 124 che aveva conservato, e in pratica se li porterà al traguardo: +0”014, troppo poco. Il russo gli resta alle spalle per 110 millesimi o 11 centesimi o un decimo abbondante, scegliete voi. Sono comunque un pugno di battiti di ciglia dopo un totale di 3 minuti e 26 secondi di adrenalina, percorsi in totale circa 5 km e 800 metri.
Tagliato il traguardo, Zoeggeller cercherà un tricolore e riceverà prima la telefonata del presidente Ciampi («mi ha fatto emozionare, spero che il suo oro sia di buon auspicio per la spedizione azzurra») e poi quella del premier Berlusconi: «È la seconda volta che la chiamo. Mi complimentai già a Salt Lake City. Sono contento sia il primo oro per l’Italia».
E lui a spiegare come lo ha vinto, mentre a casa, a Foiana Lana, il padre Peter liberava la gioia in lacrime e ricordava a tutti che Armin usava da ragazzino lo slittino per recarsi a scuola dal maso due chilometri sopra l’abitato di 300 anime. «Sono ancora qui. Dopo la terza prova, ho cercato la concentrazione massima perché il russo si era dimostrato fortissimo nella terza, che io avevo corso condizionato dal mal di testa e dal mal di gola. Stavolta ho avuto paura, ho dovuto dare il cento per cento di me stesso per non farmi superare, il massimo anche a livello di concentrazione perché sapevo che a Cesana basta un attimo, la distrazione minima e l’errore ti azzanna immediatamente: avrei rovinato tutto con la medaglia lì che mi aspettava. Sono orgoglioso di avere vinto in Italia, credo si tratti di un successo straordinario: ho fatto molto bene un lavoro molto difficile. No, non so ancora cosa fare nel futuro, nei prossimi mesi deciderò se continuare fino a Vancouver 2010 o ritirarmi».
Paolo Marchi